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Caronte – Church Of Shamanic Goetia

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CD/LP – Ván, 7 t.

I Caronte, seducenti affabulatori, presentano l’atteso Church of Shamanic Goetia, un album che già dal nome orienta i pensieri di chi ascolta verso ignoti sentieri oscuri, rimandando a polverose e spettrali camere acustiche, alla ricerca di una melodia che sappia essere sia tenebra che luce.

I brani giocano su un sempre più diretto misticismo, solleticando il timpano del demonio con cadenze doom, ricordando l’esplosione infernale degli ormai scioltisi In Solitude. Dorian Bones, con i suoi vacui ululati, tanto concreti quanto astratti, ha molto in comune con lo svedese Pelle “Hornper” Åhman (In Solitude) e divora ogni brano con la stessa incisività e presenza.

La batteria di Mike De Chirico scandisce i ritmi di una messa orgiastica i cui cerimonieri, Tony ed Henry Bones, rispettivamente alla chitarra ed al basso, banchettano famelici, nutrendosi di spiritualismo e sessualità.

Le influenze psichedeliche sublimano i tratti estatici dei brani, trascinando in un vortice oppiaceo senza fine, come, ad esempio, in Black Mandala, dalla verve decisamente stoner.

Questo è uno di quei dischi che proiettano il genere musicale in una prospettiva quanto mai attuale, fornendo un po’ di tricolore al vessillo nero del doom mondiale.

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Caronte – Ascension

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Ricordo lo scorso EP (“Ghost Owl“) della band, esordio convincente e fumoso pronto a sintonizzare la band col moderno panorama doom che vedeva e vede tutt’ora, detto proprio in poche parole, band come gli Electric Wizard capofila e dominatori assoluti. All’epoca della loro prima pubblicazione citai lo stoner-doom più classico e fondamentale per non sbrodolarmi addosso sempre il solito nome ma, vuoi o non vuoi, anche a seguito di fuoriuscite e cazzi vari (ricordo ad esempio lo smembramento della line up in favore della creazione di altri fenomeni dell’alienazione e dell’annientamento fisico, i Ramesses), gli Electric Wizard te li trovi sempre davanti ai piedi.

Detto ciò, la band ritorna convinta e orgogliosa, e ci propone una ricetta lievemente aggiornata rispetto all’esordio, quel tantino che permette al disco di proporsi, compiuto e meditato, come un full lenght appetibile e dotato di un appeal oltrel’utenza media dei cagnacci dell’underground italiano. Suoni levigati, chitarre robuste, bordate baritone, voce rapita da misticismi antiumani. In pratica, la band serve un piatto lussuoso che asciuga quel tanto di ronzante sbrodolio che friggeva nell’aria fumosa dei tre pezzi apripisti e, mi pare di notare anche che, con mio modesto dispiacere, un certo tiro stoner si sia disperso un po’ in favore di un riffing più sintetico, robusto anche se maggiormente ossessivo. In questo senso la band viaggia compatta e allucinata da un trip assurdo, in compagnia di quei santoni di turno che inneggiano alla fumata rituale, all’assalto brutale ma rallentato, alla palpata al culo delle diavolesse. Immagino assurdi alchimisti con copricapi appuntiti occhieggiare dai poster alle pareti della loro sala prove.

Doverosamente accantonato l’impianto lirico – non a tutti è giustamente concessa un’iniziazione completa al mondo dell’occulto che implode abissale nei testi della band – la musica può concedersi, questa sì, molto più facilmente all’uditorio metallaro. Sette tracce rombanti e sferraglianti, di un robusto che vi parrà di abbandonare gradualmente la tipica guida delle chitarre, per seguire un’unica traccia melodica ondulatoria e maledettamente – è proprio il caso di dirlo – groovy.

Picco assoluto quella Sons of Thelema, che dice tutto già dal titolo, e spezza per un momento l’orecchiabilità dei brani. Ode to Lucifer, già scelta per il lancio su YouTube del loro primo video, recupera un po’ di quel terreno comune al vecchio EP, ma a definire il disco per la sua estrema singolarità è il tuffo repentino nelle profondità dei brani più lenti e ossessivi. Un’autentica apnea. Anzi, poiché siamo in tema, una tossicissima inalazione di sostanze non convenzionali.

Un gradito ritorno, e un soprattutto un disco che conferma l’ottima impressione che la band aveva dato ormai più di un anno fa. Attendo a questo punto un’ulteriore maturazione del sound, come mi sembra di leggere dal sensibile scarto compositivo tra l’EP e questo disco.

Bentornati.

Nunzio Lamonaca

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Stoned Hand of Doom: settima edizione

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Dopo un anno di silenzio e meditazione lisergica, torna il primo, vero festival italiano dedicato al doom e alla psichedelia heavy. Per la settima edizione, lo Stoned Hand of Doom proporrà in una sola giornata il meglio dell’oscurità liquida fatta musica.

Headliner della settima edizione, i fantastici Orange Goblin da Londra. A completare il bill del festival, la crema della scena acid stoner doom italiana: Doomraiser, L’impero delle ombre, El-Thule, Gandhi’s Gunn, Funeral Marmoori, Black Capricorn, Caronte, The Wisdoom.

19/05 Roma – Init Club

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Caronte – Ghost Owl EP

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I Caronte vengono da Parma e suonano la musica del destino.

Torrenziali i loro wah-wah di chitarra, con un sound pieno e groove come poche cose ascoltate ultimamente, più ossessiona(n)ti che ipnotici, girano e rigirano intorno a riff scolpiti nell’eterna roccia del metal classico da cult-band lontanissime come Witchfinder General e Angel Witch ma anche da consimili esponenti del doom storico come Trouble, Obsessed e Saint Vitus (il culto definitivo), in effetti influenze più che obiettive nel bilancio del loro sound.

Dopo un’annata passata ad ascoltare gruppi sludge inscimmiati di brutto, finalmente la gradita scoperta di un gruppo la cui lentezza pachidermica non coincida con ronzii e morte sociale. I Caronte (nome molto evocativo ma chissà perché ancora poco sfruttato) colpiscono per la devozione totale ai dettami del genere che si concretizza però non in un tecnicismo epigonico ma, al contrario, in un sanguigno e sanguinario tributo alla classicità del metal più genuino. Liberi in quello che è in realtà il sortilegio inesorabile del doom, ovvero la circolarità dei riff, il blues maledetto, l’opprimente pesantezza dello spleen traghettato nel corso degli ultimi decenni da Birmingham A.D. 1970 un po’ in tutto il mondo, e – ehm – il superamento delle barriere della percezione, producono un EP godibilissimo che ormai fa parte della mia playlist per le situazioni pre-party del sabato sera, caratterizzato inoltre da una produzione polverosa vecchio stile utile a risaltare certa spiritualità maledetta e maledettamente anni ottanta, come a ricordarci di quando birra, Metal e adorazione del Dimonio erano un tutt’uno.

Capelli unti, birre a basso costo, croci d’ordinanza e corna come se piovessero, inni freak per i figli della nuova umanità (i famosi “children of the grave”) e altari innanzati al dio del metallo per un disco che spacca in due il corpo e l’anima di coloro che sanno che da certi brutti vizi è difficile venirne fuori (sia che si parli di metal che di sostanze psicotrope).

Tre tracce medio-lunghe (si viaggia sui sette minuti a pezzo, ehm, a inno) per un EP che di poco non sfiora la lunghezza di un “Reign in Blood”, insomma. Giusto per dire cos’è il doom.

Grande botta, gran gruppo ed un cantante che è come un Lee Dorrian baritonale (o un Danzig più ortodosso) ma più intonato e con più voglia di vivere. Difficilmente schioderete dalla mente un ritornello pazzesco come quello della title-track.

La band ha suonato con gli Electric Wizard: Satanasso è ancora con noi, insomma.

Nunzio Lamonaca per Mag-Music

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