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Dilaila – Tutorial

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CD – Niegazowana – 9 t.

Scrivere un manuale d’amore post-moderno, nel momento in cui si arriva al quarto album in studio, lontani dalle brevi distanze, non è cosa da tutti. Ma, alla luce dei propri quindici anni di esperienza, sapendo affrontare certe tematiche agendo da mosche bianche, è chiaro come il processo di maturazione preveda anche questo. I Dilaila lo sanno bene, e le nove tracce di un album come questo Tutorial lo dimostrano. Amore, rapporti sociali, fantasia mista a realtà, là dove la gamma di punti di riferimento, per la cantante Paola Colombo, è più che vasta e lontana da un unico modello, sia a livello vocale che di arrangiamenti. E così, oltre a Mina, nella mutazione psicologica di Storia di una scema che diventò farfalla, ci può essere tanto Nada in Non ci prenderanno mai quanto persino un’Anna Oxa che si veste di beat in Radio ’96, serrato giro di organo conclusivo incluso. Altrettanto fanno lo sfrenato refrain che anima ed altera la serenata di A caso (Sto pensando a lui), l’inquieto vivere della marcetta L’amore in fuga, il vago senso di oscurità che rappresentato dal rock di Se io fossi la notte da una parte e dalla resa pianistica di Fiori urlanti dall’altra, fino a ballate come l’intricata I mostri sotto al letto (con tanto di simpatica reprise fantasma) e una più distaccata Il gran sole di Hiroshima. Senza mai sfociare nella banalità, i Dilaila si confermano nuovamente come una di quelle realtà che non risultano mai stereotipate, ma trovano nel connubio tra influenze passate e composizioni che guardano al presente uno dei punti di forza. Un tutorial da seguire con gran piacere.

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Dilaila, "Tutorial" è il nuovo album

Sono passati quasi quattro anni da “Ellepì“, loro ultima fatica in studio. Ma per Paola Colombo e i suoi Dilaila è ormai giunto il momento di tornare con un nuovo album. Registrato presso l’Edac Studio di Davide Lasala (Vanillina), si intitolerà “Tutorial” e sarà composto da nove brani, caratterizzati da un suono di stampo ’60-’70s sospeso tra atmosfere pop e qualche parentesi di stampo maggiormente rock. L’uscita è prevista per il 9 maggio, per Niegazowana Records.

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Simmetrie, un omaggio agli Scisma

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Mag-Musicpresenta:

Simmetrie, un omaggio agli Scisma

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(Non) si esce vivi dagli anni ‘90

Forse non è la sede più adatta per dirlo, ma lo dico lo stesso: non è che gli Scisma mi facessero proprio impazzire. L’esordio semi-apocrifo “Bombardano Cortina” non mi era piaciuto per nulla, e il successivo “Rosemary Plexiglas” mi era parso non pienamente a fuoco e un po’ dispersivo, benché illuminato da numerosi spunti pregevoli e da una “visione” da band dotata di autentico talento. Col senno di poi, non rinnego i vecchi giudizi sugli album: anzi, i recentissimi riascolti mi portano addirittura a ribadirli, alla pari di quello più benevolo nei confronti del terzo capitolo “Armstrong”. Non posso però non aggiungere qualcosa di fondamentale, che mi sembrò evidente solo dopo uno showcase dell’ottobre 1999: i dischi rendono in piccola parte giustizia al reale valore degli Scisma. La loro grandezza, infatti, si esprimeva meglio sul palco, luogo magico dove i mille elementi che costituiscono le canzoni riuscivano a combinarsi in un insieme coerente e fascinosissimo. Non proprio l’ordine che miracolosamente scaturiva dal caos, dato che i lavori in studio non sono poi tanto confusi e che dal vivo i ragazzi non disdegnavano le partenze per la tangente… ma, insomma, più o meno.

Quel concerto a inviti in un club romano chiamato Memphis Belle fu una specie di folgorazione, un’epifania: finalmente gli Scisma mostravano tutta la loro maestria di artigiani di melodie, armonie e ceselli, e finalmente le canzoni rivelavano il loro splendore, esaltando quella vena psichedelica – nel senso concettuale del termine: “allargamento della coscienza” – che dell’ensemble era forse la caratteristica più atipica e appassionante. Fossi rimasto a casa, quella sera di oltre dodici anni fa non avrei mai conosciuto davvero gli Scisma… e avrei continuato a considerarli un gruppo irrisolto. Sbagliando, perché la loro voce è stata, al di là della qualità dei cd e di una notorietà rimasta di culto, una delle più diverse e persuasive dell’Italia rock degli anni ‘90. Anni dai quali i nostri eroi, anche se sciolti, sono usciti vivi, visto che dopo tanto tempo siamo qui a celebrarli.

Federico Guglielmi

Una natura intimistica, morbida, riflessiva, coniugata con la frenesia tecnologica di sonorità elettriche ed elettroniche. Un’ispirazione letteraria profonda ed a tratti drammatica amalgamata con schizzi di improvvise parole fuori tempo e fuori luogo e di variazioni poetiche inaspettatamente laceranti.

In una parola, gli Scisma, gruppo nato nel 1993 sulle sponde ovest del lago di Garda, che esordisce nel 1995 con il cd autoprodotto “Bombardando Cortina”.

Dopo le brillanti apparizioni ad importanti concorsi nazionali, il gruppo sigla il contratto con la Jungle Sound e pubblica nel 1997 l’album d’esordio “Rosemary Plexiglas”, prodotto da Manuel Agnelli. Per i membri Paolo Benvegnù (voce, chitarra, campioni), Diego De Marco (chitarra), Danilo Gallo (batteria, percussioni), Michela Manfroi (tastiere, campioni, cori), Sara Mazo (voce, chitarra), Giorgia Poli (basso, cori) e Marco Tagliola (tecnico del suono), il successo discografico è immediato e confermato dalle ottime recensioni della critica e dal gradimento di un vasto pubblico.

Dopo una lunga tournée di oltre cento date in Italia e in Francia, gli Scisma collaborano alla realizzazione del disco “Registrazioni moderne” di Antonella Ruggiero rivisitando nel consueto stile personale il brano Cavallo bianco, che precede l’inizio del lavoro di registrazione del nuovo album “Armstrong”.

Scelta come sede di produzione una casa sulle colline che si specchiano sul Lago di Garda, gli Scisma si avvalgono della collaborazione di artisti del calibro di Giovanni Ferrario, Marco Posocco e, nel ruolo di coautore del toccante brano I Am the Ocean, del cantante dei Venus, Marc Huygens.

Così, nel 1999, preceduto dal singolo di successo Tungsteno e dall’EP di assaggio “Vive le Roi”, gli Scisma pubblicano l’album “Armstrong”, percorso da emozioni e vibranti suggestioni accuratamente racchiuse in brani che spaziano dall’elettro-pop dal carattere incalzante e coinvolgente transitando da episodi più pacati e sentiti in cui la natura malinconica del gruppo trova la sua massima espressione per arrivare a situazioni a tratti venate di interessanti fiati di origine jazzistica. Un disco che conferma gli Scisma, gruppo eclettico ed innovativo, come progetto dal talento artistico musicale e letterario davvero notevole.

Poi, all’improvviso, sopraggiunge la fine. Difficilmente si sarebbe immaginato ad uno scisma di nome e di fatto. Ma così è stato, senza annunci, forse per “troppo amore”, forse per tenere fede al nucleo del progetto.

Prima, però, l’esalazione dell’ultimo respiro: “The Last Waltz”, l’ultimo valzer. Un concerto che si svolge il 10 maggio 2003 al Flog di Firenze. L’addio, o arrivederci.

Ora: Paolo Benvegnù sappiamo benissimo in che cosa è impegnato, Michela Manfroi è entrata nell’ensemble tanto dei Venus quanto di Cesare Basile, Giorgia Poli ha scoperto la passione per il teatro, Sara Mazo, tra Colapesce, Edwood e N.A.N.O., ancora si fa sentire. Nulla si sa al momento di Diego De Marco e Danilo Gallo.

1. Il disordine delle coseL’amour

2. Desert MotelTungsteno

3. LefebvreJetsons High Speed

4. VanderleiSvecchiamento

5. PublicL’innocenza

6. Mimmiz (Macno) e Max ZanottiTroppo poco intelligente

7. NORMANL’universo

8. DilailaSimmetrie

9. FelpaArmstrong

10. GlitterballI Am the Ocean

11. EsCentro

12. Andrea CarboniGolf

13. Sexy Cool AudioRosemary Plexiglas

14. DilisL’equilibrio

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Intervista ai Dilaila

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Come rivedere il cantautorato italiano in chiave moderna. Ecco i Dilaila, molto di più di un semplice e aggraziato salto negli anni sessanta.  C’è forte personalità, gusto e una voce importante in “Ellepi”, il loro ultimo lavoro. Ne parliamo con Paola Colombo, voce del gruppo milanese.

2010, un anno in cui molte band sono ritornate sulle scene. Voi mancavate da cinque anni, che cosa avete fatto in tutto questo tempo?

Dopo l’uscita e la promozione di “Musica per robot” abbiamo attraversato una vera e propria crisi, sia artistica che organizzativa. Non sapevamo bene che direzione avrebbero preso le canzoni, né che tipo di visibilità avrebbero potuto avere. Sono stati anni di grandi cambiamenti e destabilizzazioni, anche a livello personale. Poi, con calma, gradualmente, abbiamo ritrovato coesione e decisione. Nel frattempo come persone eravamo cambiate e il nuovo lavoro porta sicuramente i segni di tutto quello che ci è successo.

Rispetto ai precedenti lavori i Dilaila mi sembrano, come dire… “cresciuti”? Passami il termine…

Ecco, appunto. Al di là delle questioni anagrafiche e dell’anno di nascita, è quasi impossibile che le esperienze della vita non si sentano poi anche in tutto quello che fai. In più i Dilaila come band esistono dal 1998: la maturazione, che il suo esito piaccia o no, era qualcosa d’inevitabile.

Cosa mi dici della copertina di “Ellepi”? Credo che rappresenti splendidamente tutto quello che c’è nel disco.

Trovo che sia uno scatto meraviglioso, e non finirò mai di ringraziare ed elogiare Verdiana Giovinazzo per averlo realizzato. Ha saputo cogliere il carattere cinematografico che abbiamo voluto dare alle canzoni, ha reso visibile quell’immaginario di eleganza decadente e ossessionata che ha ispirato la nostra scrittura.

Mi hanno incuriosito i testi; si alternano momenti ironici e cattivi a momenti più tristi e intensi. Come arrivi alla stesura di un testo per una canzone?

Intanto voglio premettere che la responsabilità dei testi non è solo mia, ma anche di Claudio Cicolin. In questo modo, se mi dicono che una certa frase è brutta, posso attribuirla a lui. E così si spiega anche un certo livello di schizofrenia latente.

In realtà la lunaticità è qualcosa che mi appartiene profondamente e il disco non fa che assecondare i miei frequenti sbalzi di umore.

Lo stesso vale per l’ironia, la trovo un ottimo modo per tenere sveglio il cervello. Credo che l’umorismo sia uno dei più lampanti sintomi d’intelligenza e spesso (forse sono un po’ troppo esigente) mi capita di selezionare le persone di cui voglio circondarmi in base alla loro capacità di fare e capire le battute.

I miei testi sono spesso frutto di riflessioni paranoiche come questa e altre…

I personaggi e i momenti che racconti nelle canzoni hanno riferimenti personali? Ad esempio, chi è Ally?

Ally nella fattispecie è un personaggio di fantasia, appartiene a una storia che mi sono inventata di sana pianta. Però questa storia scaturisce da riflessioni più generali sul rapporto fra l’amore e il dolore, sulla facilità con la quale si può passare dall’adorare qualcuno al ferirlo irrimediabilmente. Riflessioni che senza dubbio riguardano anche la mia vita privata. Dopodiché basta un po’ di gusto per l’iperbole e per la teatralizzazione e il gioco è fatto.

Immagini mai i Dilaila al Festival di Sanremo?

Sì, nel 1968. Sanremo da anni è un dinosauro, a questo punto allora meglio rifugiarsi nel passato.

Di che film ti piacerebbe fosse colonna sonora “Ellepi”?

“La ragazza con la pistola” di Mario Monicelli. Un capolavoro di femminilità, ironia, passione, ossessione, disincanto. Anzi, il mio sogno sarebbe stato quello di interpretarlo al posto di Monica Vitti, ma credo sia inarrivabile, quindi mi limito a cantare canzoni.

Daniele Bertozzi

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Dilaila – Ellepi

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La prima cosa che mi viene in mente ascoltando l’ultimo lavoro dei Dilaila sono certi film anni ‘50/’60, uno su tutti “Vacanze romane”.

Saranno le ambientazioni quasi beat, sarà la voce stupenda di Paola Colombo mai così vicina a certi episodi di Matia Bazar e Mina, o tutto il vagone d’immagini e ambientazioni che proietta l’intero disco. Nelle nove tracce di “Ellepi” troviamo svariati momenti dove c’è spazio per un triste e rassegnato racconto della fine di una storia d’amore (Settembre), passando per attimi puramente ironici e cattivi come in Pensiero e Oh no!. Senza dimenticare testi più ambigui come Tutta l’aria che c’è e la triste e riflessiva Ally che si presta a più interpretazioni. Il finale invece è tutto per il miglior brano del disco. Il tamburo di latta, intensa e dolcemente malinconica in bilico tra il guardare indietro quello che è stato e il cercare di approcciarsi a un nuovo seppur triste futuro. Il tutto è suonato e arrangiato in modo elegante e ci si ritrova a canticchiare e ad avere fisso in testa certi passaggi davvero deliziosi.

Per una volta possiamo dire con grande piacere che la musica italiana non è morta e non è solo figlia di discutibili progetti e reality, ma che il cantautorato ha tirato fuori gli artigli e non ha bisogno di guardare fuori casa per trovare ispirazione.

Daniele Bertozzi

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