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Concorso: vinci una copia del nuovo DVD dei Forgotten Tomb

Mag-Music, in collaborazione con Agonia Records, mette in palio una copia di “Darkness in Stereo: Eine Symphonie des Todes – Live in Germany“, il primo DVD dei Forgotten Tomb.

Per partecipare, mandate a magmusicstaff@gmail.com (oggetto: “CONCORSO FORGOTTEN TOMB”) la risposta alla seguente domanda:

Quale brano dei Katatonia hanno reinterpretato in “December Song – A Tribute to Katatonia”?

Il concorso avrò termine alla mezzanotte del 12 maggio, in caso di vittoria sarete ricontattati.

Forgotten Tomb – …And Don’t Deliver Us from Evil

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L’arrivo del nuovo millennio ha visto una fase di transizione e cambiamento per il black metal. Morto ormai da anni Euronymous dei Mayhem (per mano di Burzum), le band di uno dei filoni più oscuri del mondo musicale hanno cominciato a sviluppare diversamente il proprio genere recuperando elementi da altri stili, andando a recuperare chi la musica classica, chi l’ambient, chi la dark wave anni ’80. Non tutti hanno stravolto il proprio io, ma l’impressione che bisognasse cambiare un po’ le carte in tavola pareva evidente.

In questo contesto, a Piacenza, per volontà di Herr Morbid (nome d’arte di Ferdinando Marchisio), si formarono i Forgotten Tomb, da lì in poi diventati uno dei nomi più importanti nel panorama black nostrano (ma non solo). Due album ottimi, “Songs to Leave”, “Springtime Depression”, che contribuirono a formare, sulla falsariga di quanto fatto dagli svedesi Shining, la corrente suicidal del depressive black metal: screams dilanianti, chitarre “zanzarose”, produzioni crude, ma al contempo riff più rallentati (mutuati dal doom metal), sonorità ripetitive, atmosfere claustrofobiche. In più, una profonda analisi introspettiva da un punto di vista lirico, incentrata su disperazione e suicidio.

Con gli anni, però, lo stesso Herr Morbid ha preso in parte le distanze da quanto da lui stesso creato, allontanandosi dal suicidal black metal delle origini per far proprie influenze black’n’roll, gothic e wave, sviluppando addirittura parti vocali in pulito che a molti fans della prima ora hanno fatto storcere il naso. “…And Don’t Deliver Us from Evil“, il nuovo album della band piacentina, continua a promuovere il nuovo sound della band, con buona pace di quanti rimpiangono ancora brani come Scars.

I Forgotten Tomb di oggi sono qualcosa di musicalmente vasto, un caleidoscopio di estremità che non vuole porsi limite alcuno e che ha il coraggio di varcare i territori stilistici da anni percorsi. Riff grassissimi che manco una band sludge, un impatto violento e tagliente, una sezione ritmica che sa quando e come premere l’acceleratore. Non mancano poi i tanto vituperati momenti atmosferici che hanno fatto gridare allo scandalo, con tanto di voce pulita, sebbene l’impressione sia che stavolta la band sia voluta tornare a prediligere un approccio più ruvido. Stupirsi ancora sarebbe da stupidi. I Forgotten Tomb oggi sono anche questo, e certamente non per una scelta commerciale. In fondo, non stiamo parlando di una band che potrebbe passare su Radio Deejay o il cui video potrebbe essere in heavy rotation su MTV. L’alternanza di stili vocali è solo un’ulteriore freccia nell’arco di Herr Morbid, un elemento che conferisce un aspetto multisfaccettato al disco.

V’è da dire però che, rispetto agli ultimissimi dischi della band, “…And Don’t Deliver Us from Evil” non rappresenta un grande salto di qualità, semmai una conferma di come i Forgotten Tomb vogliono suonare hic et nunc. Non manca qualche momento un po’ fuori fuoco o alcune scelte compositive non propriamente azzeccate, vuoi per una ripetitività di fondo, vuoi per un certo processo di semplificazione delle strutture dei brani.

Ancora una volta, con l’uscita di questo disco, si è detto che i Forgotten Tomb si sono venduti, che sono una band scadente, ormai morta e senza più nulla da dire. Niente di più sbagliato. Semplicemente “…And Don’t Deliver Us from Evil” è l’ennesimo tassello di un mosaico musicale aggiornato e in evoluzione, anche se con qualche tendenza alla ripetizione cromatica.

Livio Ghilardi

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Non liberateci dal male: intervista ai Forgotten Tomb

I Forgotten Tomb nascono nel 1999 a Piacenza da un progetto di Ferdinando “Herr Morbid” Marchisio e nel corso dell’ultimo decennio hanno esplorato e dato un valido contributo al black e doom metal con dischi come “Songs to Leave” e “Spingtime Depression”.  Adesso sono giunti al sesto album in studio, “…And Don’t Deliver Us from Devil“. La parola a Herr Morbid.

Com’è iniziata l’avventura dei Forgotten Tomb? Quando hai iniziato a comporre credevi mai che saresti diventato un punto di riferimento del depressive black metal?

Forgotten Tomb nasce come one-man band sul finire del 1998 e si concretizza nel marzo 1999, dopo lo scioglimento della mia precedente band black metal. L’idea fin dall’inizio è di avvicinarsi maggiormente a sonorità più depressive, ma siccome avevo ancora del materiale black metal piuttosto buono composto per la mia precedente band, decisi di registrarlo ugualmente come demo, per buttare fuori qualcosa al più presto. Subito dopo ho deciso di fare qualcosa di più personale e quindi è nato Forgotten Tomb per come lo conoscono tutti oggigiorno. Ovviamente non potevo prevedere di diventare un punto di riferimento per il genere, in primis perchè quando ho iniziato il genere in sé non esisteva, se si escludono cose come Burzum, Manes, Strid e pochissimi altri, non comunque definibili “depressive” al 100%. Diciamo che le coordinate del genere in sé sono state messe a fuoco da Forgotten Tomb e Shining. Poi successivamente un’intera orda di band si è ispirata (o ci ha copiato) stravolgendone l’idea originaria, ma questa è un’altra storia.

Tu e i Forgotten Tomb siete di Piacenza. Mi piacerebbe che descrivessi la tua città e la scena metal locale nel periodo in cui i Forgotten Tomb non erano ancora nati e in quello successivo (parlo al plurale, ma so che all’inizio eri da solo). È stato difficile farsi strada?

Mah, prima dei Forgotten Tomb c’erano varie band Metal a Piacenza, ma tutte underground, a livello di demo. Qualcuna non male, qualcun’altra pessima. Comunque, non è mai esistita una vera “scena”, c’è sempre stata poca serietà e mancanza di ambizione nelle band piacentine. Molti hobbysti e basta. La situazione attuale non è migliorata, anzi direi che a livello di Metal è tabula rasa, se si escludono due o tre band. Nascere e vivere a Piacenza mi ha sicuramente influenzato. Quando vieni da un posto come questo, o ti adatti alla mediocrità assoluta della piccolo/medio borghesia fatta di sabati sera in discoteca, pomeriggi al bar di quartiere a parlare di cazzate e domeniche allo stadio o in casa davanti alla TV, oppure sei automaticamente diverso e te ne assumi le conseguenze. Per uno come me, che a prescindere da tutto è nato con un certo tipo di carattere e attitudine, crescere qui è stato come essere un outsider fin dalle scuole elementari. Ho sempre avuto poco o nulla da spartire col resto dei coetanei e in generale sono sempre finito a prendere le distanze da chi mi stava intorno e dal tipo di vita che la gente voleva appiccicarmi addosso. Ho passato buona parte dell’adolescenza e poi dei miei vent’anni in giro per parchi e quartieri periferici a bere con qualche amico per far passare il tempo. Varia gente che conoscevo è finita a farsi tutto il tempo o è stata ingabbiata in vite monotone e senza futuro. In qualche modo ho sempre voluto fare qualcosa per uscire da questa merda e distinguermi, ma l’unica via che si è rivelata congeniale è stata quella della musica. In un certo senso ci sono riuscito, tant’è vero che tantissimi fan del metal nel mondo conoscono il nome di questa città grazie esclusivamente ai Forgotten Tomb. Si può dire che sia uno dei cittadini di Piacenza più famosi nel mondo, ma naturalmente quasi nessuno qui mi conosce (ride, ndr). Considero i Forgotten Tomb una band prettamente basata sulla decadenza urbana, sull’isolamento e sulla mancanza di prospettive per il futuro, e in questo senso credo che la mia città abbia sicuramente forgiato me e di conseguenza la direzione della band. La prima strofa di Nullifying Tomorrow parla proprio di questa città, in effetti, quando dice “This dead city is as bleak as my existence“. Per fortuna, comunque, ho viaggiato e continuo a viaggiare parecchio, quindi ho conosciuto tante realtà diverse oltre a questa merda in cui sono cresciuto.

All’estero avete molti più fan. Dei paesi stranieri dove avete suonato, qual è quello dove il pubblico è più caloroso o che avvertite come più affine al vostro modo di ascoltare una band dal vivo? Che ti aspetti dal pubblico per sentirlo in sintonia con il gruppo?

In realtà in Italia al momento abbiamo molti fan. Che poi si muovano poco per i concerti è un altro discorso, ma vale più o meno per qualunque altra band, incluse quelle estere che suonano qui. Sicuramente andiamo forte in certe zone della Germania, in Finlandia, in certe zone della Francia, nei Paesi Bassi, in Belgio, in Austria. Dal pubblico mi aspetto che siano numerosi e che si facciano sentire durante il concerto, i pubblici silenziosi o che si muovono poco mi fanno innervosire. Mi piacciono i club stipati di gente sudata che urla, oppure le grosse folle dei festival.

Considerate i Forgotten Tomb il vostro lavoro? Avete progetti diversi per il futuro, musicalmente parlando e non?

Sì, Forgotten Tomb è il nostro lavoro primario. Qualunque altro lavoro temporaneo che possiamo eventualmente fare durante certi periodi dell’anno è un riempitivo, la band e la musica in genere viene al primo posto. Tutti noi della band abbiamo diversi progetti musicali di vario genere, per il resto personalmente non faccio progetti di alcun genere, cerco di sopravvivere e fare le cose che più mi piacciono.

Di nuovo una domanda sul vostro passato. Siete passati dal non fare concerti al farne moltissimi. Spiegaci come mai e se era questa la tua idea dei Forgotten Tomb fin dall’inizio.

Sì, fin da subito avrei voluto suonare maggiormente dal vivo ma avevo problemi con la line-up e le offerte dei promoter spesso non erano all’altezza delle aspettative. E comunque ho dovuto farmi la gavetta e “il nome” come tutti, concetto che molte band giovani oggigiorno sembrano non capire. Dal 2003 in poi ho finalmente concretizzato una line-up stabile e quindi si è iniziato a suonare in giro ogni anno, ma per vari motivi, anche personali, abbiamo avuto periodi d’inattività. Da “Negative Megalomania” in poi, grazie all’esperienza accumulata e all’aiuto del nostro booking agent abbiamo finalmente iniziato a suonare più frequentemente e negli ultimi 2/3 anni siamo cresciuti esponenzialmente sia come live che come popolarità, quindi ora arrivano anche molte più richieste dai promoter per averci live. Amiamo suonare dal vivo ed è una parte fondamentale del nostro lavoro.

A tutti sta stretto l’esser per forza etichettati in un genere. Ma se dovessi dartela da solo un’etichetta, come definiresti i Forgotten Tomb?

Nihilistic dark metal? Nihilistic black rock? Black/doom/rock? Qualcosa del genere. Il fatto di non poter essere etichettati in modo soddisfacente è segnale del fatto che abbiamo creato uno stile unico.

Veniamo al vostro nuovo album, “… And Don’t Deliver Us from Evil”. Com’è nato il disco? In quanto tempo è stato realizzato?

In riguardo all’ultimo disco, è dolore e malessere allo stato puro, è vita vissuta, esperienze negative, auto-analisi, è la rappresentazione dello stato di completa decadenza e perdizione in cui ho passato l’ultimo anno e mezzo, ma anche di tutto quello che ho visto gravitarmi attorno. Sono un catalizzatore di persone e situazioni negative o comunque, in qualche modo, mi ci trovo sempre in mezzo. Ho avuto a che fare con esperienze per me estremamente dure da reggere e, in generale, con una crisi personale molto pesante che ha portato la mia vita sull’orlo del completo collasso. Tra malattie e problemi di salute, relazioni affettive e d’amicizia andate in pezzi, delusioni di vario genere, lezioni subite a forza di bastonate emotive, abuso incondizionato di alcolici e merda varia, esaurimenti nervosi devastanti e via delirando, posso dire di aver decisamente superato ogni limite di auto-distruzione a cui sia mai arrivato in passato. Persino la vita in tour, a un certo punto, è stata un completo indulgere nel degenero più assoluto. I testi di conseguenza trattano di tutti questi temi assieme, sono riflessioni su tutta la merda che ho vissuto, patito, osservato e respirato in questo clima di nullificazione assoluta. Le registrazioni sono state fatte piuttosto velocemente, così come la pre-produzione, in 7/8 prove la band era pronta per lo studio. A scrivere i pezzi ci ho messo 6/7 mesi ma normalmente quando compongo scrivo per due giorni e completo la demo di un pezzo intero con tutti gli arrangiamenti, quindi in realtà compongo raramente ma in modo intenso. Non prendo in mano la chitarra se non sono ispirato.

Il pezzo che dà il titolo all’album è praticamente una preghiera cristiana al contrario. Pensi che sia la canzone più rappresentativa dell’album?

Non saprei se musicalmente sia la più rappresentativa, ma comunque è una gran canzone. Dopo che ho scritto il testo ho pensato che sarebbe stato il titolo perfetto per riassumere l’idea dietro all’intero disco.

In alcuni testi, come quelli di Let’s Torture Each Other e Love Me Like You’d Love the Death, è presente l’idea dell'”altro”, anche se, anziché alleviare le pene, quest’idea comporta un crescendo di negatività. Mi sbaglio?

Trattasi di riflessioni personali sui rapporti umani, derivate sia da esperienze mie che da cose che vedo succedere intorno a me. Nei suddetti testi non c’è la volontà di scrivere cose “depresse” bensì l’esatto contrario, ovvero glorificare la negatività che deriva da determinate situazioni. Quando tocchi il fondo non devi cercare di risalire ma guardare nell’abisso fino all’ultimo! Solo così si trasforma la negatività in una forza distruttiva.

Rapportarsi con persone che provano le stesse sensazioni dei brani è una cura? O è solitudine al quadrato? Senza questo desiderio di condivisione, i Forgotten Tomb potrebbero esistere?

I Forgotten Tomb non hanno mai voluto condividere nulla con nessuno, io faccio musica per me stesso, ovviamente mi fa piacere che piaccia ma al tempo stesso non ho nessuna intenzione né alcun bisogno di trovare una connessione psicologica e/o emotiva con i miei fan. Può accadere ogni tanto, ma non è un mio obiettivo. Anzi, in realtà la band è nata con un messaggio distruttivo, l’obiettivo principale è sempre stato spargere negatività e malessere, di certo non aiutare gli altri o creare una comunità di recupero per depressi. Chi ha interpretato la band in questo modo farebbe meglio a orientarsi su altri gruppi, perchè non ha proprio capito il nostro concept.

A chi vi affidate per le copertine dei vostri lavori? E chi, in particolare, ha dato il suo contributo per quella del nuovo album?

Dipende, la maggior parte le ho realizzate io, ma negli ultimi due album abbiamo avuto l’aiuto di alcuni artisti. Nel caso dell’ultimo disco l’ha realizzato Tumulash dei Tumulus Anmatus partendo da una nostra idea. Ha fatto un ottimo lavoro, direi.

Il tuo obiettivo è provare a portare ulteriori innovazioni nel genere o semplicemente i Forgotten Tomb suonano ciò che sentono, seguendo le loro inclinazioni?

Suoniamo quello che ci sentiamo, ovviamente poi si cerca sempre di offrire una proposta fresca e a suo modo innovativa, ma non voglio innovare a tutti i costi. La vera innovazione la fai quando non te ne accorgi, tant’è vero che questo è il modo in cui i Forgotten Tomb ha portato una ventata d’aria fresca nella scena black metal fin dall’inizio.

Una tua opinione personale: un prodotto può essere buono senza avere niente di nuovo? O è meglio qualcosa d’innovativo ma con qualche pecca?

Certo, un prodotto può essere buono anche senza essere per forza innovativo, che non vuol dire essere derivativo, quella è un’altra cosa. Conta più che altro il feeling, le capacità, il “tiro”, i riff giusti… Certo è che al giorno d’oggi secondo me non ha senso uscirsene con l’ennesima copia dei vecchi Darkthrone, per fare certi generi al giorno d’oggi o sei molto ispirato o è meglio che fai a meno.

A proposito d’innovazioni, siete stati accostati praticamente da chiunque ai Katatonia. Anch’io anni fa quando ho ascoltato per la prima volta i vostri pezzi ho pensato ai Katatonia, e l’associazione è avvenuta di nuovo anche fin dai primi secondi di ascolto di “…And Don’t Deliver Us From Evil”. Poi chiaramente, è ovvio che le differenze ci siano. So che i Katatonia sono sempre stati un gruppo di riferimento per i Forgotten Tomb, ma oggi? Vi piacciono ancora o non ne potete più di essere associati a loro?

Come ho detto mille volte, a parte qualcosa del nostro primo album non trovo tutta questa similarità con i Katatonia, specialmente da “Negative Megalomania” in poi. A proprio voler cercare una similitudine, piuttosto alcune cose dei vecchi Paradise Lost. In realtà io ho imparato la maggior parte delle cose dal dark anni ’80, dal rock classico, da Thorns, Manes e Burzum per il black metal, e poi da altri generi. Ciò non toglie che mi siano piaciuti come band, ma gli ultimi dischi non mi hanno entusiasmato. La nostra partecipazione al loro album tributo è stata più che altro casuale, poiché ce l’hanno chiesto. Nel nostro disco mi sembra molto strano che hai sentito i Katatonia “dai primi secondi”, dato che il riff di Deprived mi sembra quanto di più lontano possa esserci dai Katatonia comunemente intesi, francamente.

Metal a parte, quali sono gli artisti che più ami? Sia del passato, sia che ascolti in questo periodo.

Ascolto molto rap italiano underground. Poi Dax Riggs, EMA, Madrugada, Austra, The Knife, Fever Ray, Kent, tutto il dark anni ’80, Depeche Mode, Röyksopp, rock anni ’70 e ’80, crustcore svedese…

Come vedi i Forgotten Tomb fra dieci anni?

Cominciamo ad arrivarci vivi, poi ne riparliamo…

A cura di Valentina Guerriero