Archivi tag: Germanotta Youth

My two cents#11

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In questo numero: Eildentroeilfuorieilbox84, Matteo Costa, Hot Gossip, Girless and the Orphan, Iacampo, Lorenzo Lambiase, Miss O, Sincope, Germanotta Youth, Paolo Cantù/Xabier Iriondo.

Eildentroeilfuorieilbox84La fine del potere (La famosa etichetta Trovarobato)

Nati sotto il segno del Creative Commons, muovendosi tra un “Omota’L” e un'”Ananab”, oggi vedono una risorsa nell’ala protettrice della Trovarobato. Sono gli Eildentroeilfuorieilbox84, ed è con “La fine del potere” che tendono a buttare più di un occhio sul sociale, sulla vita collettiva, sui bisogni primordiali del popolo di cui gli stessi fanno parte. È come se XTC, Devo, Frank Zappa ed anche gli Shellac meno granitici si fossero riuniti segretamente per musicare uno spettacolo teatrale ai confini della realtà. È galvanizzante avere a che fare con la gola “politica” del trio espressa nella turbolenta title-track, il rap’n’roll caparezziano di Antisogni, la spettrale Consapevolezza, i continui cambiamenti stilistici che aleggiano sulla Proprietà, l’onomatopeica e cartoonesca Acqua, lo space-jazz-rock in cui s’inserisce il potere del Denar, l’onda supersonica che travolge la “Natura” e le sue piantagioni, oppure la comparsata del collega IOSONOUNCANE lungo un beat che nasconde un messaggio in codice: La guerra continua. Tutte caratteristiche facenti da biglietto da visita ad un progetto la cui originalità è un grande punto di forza. E nemmeno stavolta delude le aspettative.

Gustavo Tagliaferri

Matteo CostaSono solo matti miei (Garrincha Dischi)

Ancora una chitarra. Ancora un cantautore. Come se già non ne avessimo abbastanza. Dopo il successo raggiunto previa fondazione della sua etichetta Garrincha Dischi, la quale annovera alcuni dei grandi “miracoli” del 2012, come Lo Stato Sociale, Jocelyn Pulsar, tutte cose di cui avevamo veramente bisogno, Matteo Costa ha deciso di passare in prima linea, di mostrarsi e rendersi personaggio pubblico; si propone egli stesso con un progetto solista da cui, a primo acchito, trasuda davvero poca ispirazione. Il disco appare, nella sua interezza, come un’accozzaglia di archi, chitarre e fiati sparsi qua e là, quasi fosse un mero esercizio di stile, al termine del quale l’unica soddisfazione (dal canto suo) è poter dire “però abbiamo inserito tutto bene, secondo manuale“. Ogni pezzo è come se fosse una falsa filastrocca, terminante, volendo, con il titolo stesso o qualche frase ad effetto che mira a strappare applausi post-performance. Esattamente come manuale del cantautore moderno vuole. Senza tralasciare alcunché, per ciò che concerne titolo dell’album e titoli presenti in tracklist, riecheggia una falsa ironia, che non riesce mai ad andare a segno. Sulla stregua si poggiano allora i testi, ove rimbomba qualche frase forzatamente simpatica, d’ispirazione vagamente dentiana. La fortuna bacia pochi (per fortuna). Magari le intenzioni saranno state buone, ma non sempre la condivisione è una buona idea. A volte è bene prendere le persone interessate e parlar loro a cuore aperto, senza dover necessariamente farne un disco e rendere partecipi tutti.

Eliana Tessuto

Hot GossipHopeless (Foolica Records)

Pubblicare due dischi in studio nel giro di otto anni e nel frattempo assistere a forti perturbazioni relativi alla line-up. Una vita ingarbugliata quella di un musicista come Giulio Calvino, e apparentemente sul punto di essere considerata senza speranza, proprio come il titolo di questo disco, “Hopeless“. Già solo apparentemente, perché il monicker Hot Gossip è vivo e vegeto, indipendentemente dall’essere in mano al solo sopracitato, unico rimasto della formazione originale. Dare una bella spinta shoegaze alla propria personalità rockeggiante (che comunque non cessa di farsi sentire, come in People Shooting Banks) è sinonimo di nuove pagine da scrivere, dove dei rumori improvvisi fanno da contorno su un incedere a tratti persino corale (I’m Out of Here), dove la pazza gioia è un rimedio che ancora funziona (New Sound), dove si susseguono dolci voci femminili (Love Murders) e persino certi Primal Scream possono essere una via d’ispirazione (Lifespan). Ma in particolare si può dire che a fare da brani di portamento siano We Were RegularsMarch of the Black Umbrellas, carica la prima, inaspettatamente notturna la seconda. Per un’interessantissima ripresa come quella di Calvino.

Gustavo Tagliaferri

Girless and the OrphanNothing to Be Worried About Except Everything but You (Stop! Records/To Lose La Track)

Ci è voluto tempo per capire se questo album mi piacesse o meno; il fatto è che ogni volta che finiva avevo la voglia di rimetterlo subito. L’album d’esordio dei Girless and the Orphan presenta la voglia impellente di fare qualcosa che esuli completamente dal suono italiano, eppure vi è un forte legame con lo stesso. Il disco prende vita, traendo in inganno l’ascoltatore, con Your chest Is a Snuggery, pezzo che strizza fortemente l’occhio a tutto ciò a cui le webzine italiane ci hanno abituati, che in una parola si potrebbe riassumere in “lo-fi”; subito si capisce però che vi è qualcosa di diverso qui, qualcosa che ci porterà oltre. L’album si trasla in melodie stile oltreoceano tendenti al punk e al folk che ci ricordano i Neutral Milk Hotel; i pezzi si alternano tra forti e passionali scariche di batteria e lentissimi arpeggi. L’apice si raggiunge quasi fine disco con Cinnamon and Arrogance e la seguente It’s Your Job to Keep Class-Worm Elite, combo di emozioni tra l’iperattivo e il trasognante. Il disco vede la fine con Calleth You, Mocket I, un pezzo ardente dove vediamo avvicendarsi dolcezza e cupezza, quel tanto che basta per lasciarci con la voglia di rimettere su l’album anche solo per capire tutto un po’ meglio. In definitiva, il lavoro fatto all’interno di quest’album racchiude i sentori positivi dei primi due EP in una salsa più convincente, in un modo in cui le gambe non riescono a star ferme neanche per un minuto per l’emozione, per aver capito che c’è tanto da fare ancora.

Eliana Tessuto

IacampoValetudo (Urtovox Records/The Prisoner Records)

Nelle parole di Marco Iacampo c’è sempre stato molto, sia nel periodo in cui ha fatto da voce agli Elle che quando ha scelto, nel contempo, di mettersi in gioco anche in proprio, come GoodMorningBoy. Oggi non esistono più né i primi né il secondo, ma non significa che Iacampo non esista più. Nato da una sinergia tra la ritrovata Urtovox e The Prisoner Records, questo “Valetudo” è il secondo lavoro in studio in cui è lo stesso a metterci la propria faccia e il proprio nome e cognome, presentandosi accompagnato principalmente da una fida chitarra acustica. Un profilo i cui tratti lasciano percepire la presenza di molto folk (Trecento), divagazioni drakeiane (Un’elica, Trecento) e dylaniane (Tanti no e un solo sì), un po’ di saudade (Amore in ogni dove), qualche riferimento alla passata tradizione d’autore (Soltanto io, solamente noi), attimi d’intimità (Amore addormentato) e spensieratezza (Non è la California) e dei momenti strumentali a metà tra bossa e gli Yes più acustici (la title-track, San Martino in Pensilis). Ascolto dopo ascolto, il lavoro risultante rivela sempre più le sue potenzialità. Di quelle altissime, che lasciano immediatamente il segno. Con semplicità.

Gustavo Tagliaferri

Lorenzo Lambiase – Lupi e vergini (Modern Life)

Tutto si può dire del trentunenne polistrumentista romano Lorenzo Lambiase, giunto alla seconda fatica discografica dopo “La cena”, di tre anni fa, tranne che pecchi di sincerità e carattere. L’impressione che si prova ascoltando le undici tracce del suo nuovo disco, è infatti quella di un autore che non ha timore di mettere a nudo le sue ansie e paure (Mani, Sulla riva, L’oro, La strada, Solo), di esprimere la sua rabbia contro un dio troppo spesso assente (Gospel) e di riflettere amaramente sulla fiamma della rivoluzione, per rifugiarsi nell’amore (La grande rivolta, pezzo che chiude con i suoi sette minuti l’album). Apprezzabile e ricercato appare anche il tappeto sonoro, che mescola abilmente il rock – davvero convincenti i ritornelli caratterizzati da accelerazioni di chitarra e batteria – con innesti elettronici, evidenti nei due brani centrali dell’album (Periferia e La stanza di Winston e Julia) di stampo quasi electro-pop, ma presenti anche negli altri brani ad accrescere il tasso emozionale dei momenti migliori del disco. Insomma, un buon lavoro, ben rifinito e convincente sia nelle musiche che nei testi, di un cantautore di nuova generazione da tenere sicuramente d’occhio.

Pietro Ressa

Miss OInfection (Addictive Noise Records)

Chi rammenterà i Soon, meteore di fine anni ’90 autrici di due perle come “Scintille” e “Spirale”, a sua volta rammenterà anche la soave voce di Odette Di Maio, trascinante front-girl che ha saputo ritagliarsi un proprio spazio in quel della scena nostrana. Dopo la chiusura di tal esperienza non poteva permanere per sempre la chiusura della carriera della nostra. L’apprensione di un rientro in scena sotto lo pseudonimo di Miss O, condiviso con il belga Jan De Block, non può che fare quindi molto piacere, sia per chi l’ha seguita che per chi l’ha riscoperta solo negli ultimi tempi. Un album come “Infection” si lascia addietro l’onda pop-rock cavalcata in passato mostrando un’Odette che si concede a venature deep (Talk to MeGetaway), orientali (Sensitivity) e fischiettanti (My Wildest Time, The Country), là dove le chitarre non mancano affatto, stavolta in una veste addolcita (ascoltare ButterflyMy Wish per credere), ma anche vagamente riconnessa al passato (il wah-wah di 61 Cravings). A volte l’evoluzione è meritatissima per artisti di simile calibro. Venuta dallo spazio, ed oggi più terrestre che extra, “Miss O” Di Maio è più in forma che mai. So, welcome back!

Gustavo Tagliaferri

SincopeDivisions (Somehow Recordings)

Music for movie. Carta musica, non quella culinaria, ma il materiale su cui prende forma la scrittura di nuove colonne sonore per pellicole a cavallo tra il passato e il presente. Ma non sono solo questo le tracce realizzate da Dario Balinzo e Matteo Puoti (già con i NUT), i due musicisti che si celano dietro il progetto Sincope. Perché in “Divisions” ognuno dei sette episodi descritti è come se toccasse con mano anche la vita di tutti i giorni: che siano le dolci note di piano interrotte dal tic-tac di un orologio su cui scorre il tempo (Colorless), i suoni che scaturiscono dai movimenti di un vecchio telefono contrapposti ad un vibrafono e una jam di batteria (Eclipse) o le luci al neon che illuminano la città (Circular), sono storie che non sfigurano per niente nella loro chiave eterea. Come anche, a proposito di città, le visioni di Night Buildings, il rumore scrosciante delle onde del mare di Backwash, l’insolito sassofono che appare tra un beat e l’altro in Fiction e l’ingresso in un’altra dimensione che si manifesta con l’ascolto di Close Moving. L’ambient-drone di questo duo pisano non può che affascinare molto, e la produzione della Somehow Recordings ci sta più che bene!

Gustavo Tagliaferri

Germanotta Youth – The Final Solution (Wallace Record/Sangue Dischi/Bloody Sound Fucktory/Offset Records)

È appurato che, dopo aver acceso i motori con “The Harvesting of Souls“, fermarsi è impossibile per i Germanotta Youth di Massimo Pupillo, Fabio “Reeks” Recchia e Andrea Basili. Perché la loro è una corsa che li vede sempre più intenzionati a raggiungere livelli eccelsi. Lo si è visto con lo split assieme ai belgi Joy as a Toy e lo si conferma con questa nuova uscita su vinile, “The Final Solution“. Sa di Apocalisse già dal titolo, ed è un’apocalisse, dove quattro etichette, tra le quali la Wallace Records, si passano il turno consapevoli delle conseguenze. Se la produzione di Mirko Spino è quella che ci vuole per Theriantropon, dove un semplice rullante introduce un suono grind proveniente dall’ignoto, mentre tutt’attorno dei giocattoli fanno una fugace comparsata, con la Sangue Dischi e Demons in the Limbic Brain la parola va alla frenesia e ai videogame (verrebbe in mente, non a caso, “Tetsuo: The Iron Man”). Sangue, quindi Bloody Sound Fucktory, i complici della collera dell’entità nota come The Succubus, che aprono la seconda facciata e la fanno chiudere alla Offset Records con Goodnight, Mankind, basso e synth che si dividono lo stesso compito: quello di descrivere ottimamente un mondo pieno di sbagli. Ma dove si può anche migliorare procedendo. Come nel loro caso.

Gustavo Tagliaferri

Paolo Cantù/Xabier IriondoPhonoMetak#10 (Wallace Records)

Visti i tempi che corrono, il luogo del delitto può essere sempre più prossimo in quanto a ritorni. In particolar modo se ad averci a che fare è un musicista ormai tornato a far parte della band che l’ha fatto conoscere ai più. E che, guarda caso, spartisce la torta con un’altra persona che ha militato in essa, concedendogli anche la prima carta. Sono rispettivamente Xabier Iriondo e Paolo Cantù, protagonisti del decimo capitolo di “PhonoMetak“, categoria di split made in Wallace Records, dove il rumorismo la fa da padrone. Se quest’ultimo predilige gli andamenti à la Starfuckers su dolci arpeggi di chitarra (The Big Bounce), che si fanno più minimalisti quando necessario (Cosmetic Cosmic City), salvo poi toccare l’elettronica sperimentale (Huljajpole) e saltare da terra a terra, come il suo collega (Ityop’iya), il grammofono di The 78RPM Legacy, che riconduce al Battiato di “Clic” e che viene steso con durissimi colpi, e la macchina spaccaossa che si sostituisce a quel gioco giocato con ?Alos meno di un anno fa in Elektraphone Eta Euskaldunen Pilota Jokoa denotano come certi interessi tipici dell’Iriondo non abbiano mai smesso di prendere forma, da supporto a supporto. Ne consegue un fascino comune ad entrambi.

Gustavo Tagliaferri

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My two cents#3

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In questo numero: La Via Degli Astronauti, Above the Tree & The E-Side, Treehorn, Lo Stato Sociale, Karl Marx was a broker, Il cielo di Bagdad, Joy as a Toy/Germanotta Youth, Anubi, Madame X, The Strange Flowers.

La Via Degli Astronauti – Storie EP (Fallo Dischi)

Si scrive La Via Degli Astronauti, ma in questo caso non si legge un insieme d’imprese compiute in assenza di gravità tra una galassia e l’altra, bensì il nome di una creazione made in Fallo Dischi e una delle tante zone da valicare all’interno di una grande città come Napoli, un luogo dove in circa dodici minuti si riassumono quattro piccole storie, una delle quali un omaggio a Charles Bukowski. Nella voce di Mario Orsini ci sono le urla di Davide Toffolo e le declamazioni di Pierpaolo Capovilla, mentre dal lato sonoro siamo dalle parti dell’hardcore punk, con tanto di camei improvvisati, come quello di un sassofono! Lo sforzo è notevole ed evidente, e un brano come Storia di LM, pura apoteosi della schizofrenia, lo dimostra, così come la conclusiva Storia di un inverno, disperato sunto di una visione onirica di un mondo ai limiti dell’assurdo. Ma è quando ci si cimenta con Bukowski (Una storia tra le più appassionate) o si affronta il putridume di Storia di ferro e defecazione che manca qualcosa, soprattutto dal lato vocale, facendo sì che il risultato sia solo sufficiente. Ma sono solo gli inizi, e non c’è da escludere nulla. Provateci ancora, ragazzi! Gustavo Tagliaferri

Above the Tree & The E-Side – Wild (Locomotiv Records)

Ci sono terre selvagge e lontane. Lontanissime da qui, tanto che il loro suono arriva a noi come trasportato dal vento. È ancora sfuocato e confuso ma si sta avvicinando, emerge solo una chitarra acustica ma presto entrano un beat e un tappeto elettronico sostenuto che si fonde perfettamente con le melodie e le voci sussurrate.“Wild” è proprio lì in bilico tra il folk e l’elettronica e mentre le chitarre disegnano loop ossessivi, i bassi iniziano a pompare e si fanno potenti creando un’alchimia tanto eterea quanto potente e pressante. È il caso della traccia di apertura (On the Road) e della successiva W China. E mentre Safari F.C. ha una connotazione più etnica e tribale, Svezia, fatta di un delicato sottobosco sonoro, sembra proprio portarci lì; incalzante, invece, Winter Queen. Above the Three & The E-Side ci sanno davvero fare e il risultato è notevole in particolare quando l’elettronica si fa sentire, perché quando questa latita, i pezzi tendono inevitabilmente a perdere un po’ il groove, come nella parte centrale del disco. Un disco comunque che svela un duo creativo e capace di creare ambientazioni interessanti consegnandoci un lavoro a tratti emozionante. Daniele Bertozzi

Treehorn – Hearth (Escape from Today Records/Riff Records/A Tant Rever Du Roi/Swarm Record)

Un guercio munito di mazza da baseball, unico presente in un ambiente brulicato tutt’intorno da alberi che hanno visto le loro foglie morire sulla terra. Forse è lo stesso soggetto che sa qualcosa dei Treehorn, venuti da Foss Angeles con furore per iniziare una battuta di caccia che prende il nome di “Hearth“, dove gli obiettivi non sono di certo gli animali, ma dei bersagli da centrare a suon di rock, stoner, heavy metal e un tocco di hardcore. Ciò ha i suoi frutti, che sono molto più che commestibili: Wakin’ Life potrebbe essere la loro N.I.B.Aluminium si serve di uno stream of consciousness lontano dal letterario per scavare nella mente, Apostolic, prima di una ripartenza accelerata, rivela una leggera vena blues, Senescence fa da momento opportuno per vedere le proprie chitarre tramutarsi in fucili e Black Mirror è il momento topico, quello dei botti, dove scorre la voce di Davide Maccagno, cresciuta tra un Layne Staley (Taurus, Not BullFreeway to the Sun) e un James Hetfield vecchia maniera (Stockholm). Al punto da sembrare uno di loro due, più volte. Forse ciò risulterà essere un po’ derivativo, ma non compromette il tutto. Gustavo Tagliaferri

Lo Stato Sociale – Turisti nella democrazia (Garrincha Dischi)

Ed ecco che nel giorno della celebrazione suprema dell’amore (per chi non ne fosse a conoscenza, rammentiamo il 14 febbraio), finalmente vedrà la luce l’ennesimo attesissimo album d’esordio dell’ennesima sconvolgente rivelazione della musica indipendente italiana. Questa volta è il turno de Lo Stato Sociale che arriva con il suo primo lungometraggio musicale per sbatterci in faccia pregi (pochi) e difetti (tanti) di una generazione, la nostra, persa tra musica e fiumi di alcol di bassa qualità. Quello della band bolognese è uno sfrontato invito a guardarsi un po’ dentro e, con una critica che corre sempre sul filo dell’ironia, scrollarsi di dosso inutili intellettualismi dell’ultima ora. Da Sono così indie, passando per le sagge declamazioni di Mi sono rotto il cazzo, Lo Stato Sociale ci trasporta in un inaspettato ma piacevole balletto dance a cui difficilmente si potrà rinunciare. Tematiche quotidiane affrontate con la dovuta superficialità e sfrontatezza, aiutano questo disco a entrare nei cuori di tutti noi che ad amori compianti a voce fioca, preferiamo voci meno gradevoli ma dai contenuti più onesti. Paola Rondini

 (Escape from Today Records)

Che cosa sarebbe mai successo se Karl Marx fosse nato broker, anziché filosofo? Magari non sarebbe stato come quei brokers dei giorni d’oggi, con in mano il destino di svariate nazioni, persi in mezzo a spread e bund (giusto per rimanere alla realtà). Avrebbe scelto di divulgare il pensiero con cui lo conosciamo oggi servendosi di un’arma come quella musicale, reincarnandosi in un duo intenzionato a suonare di tutto e di più, ma preferendo che le sue stesse parole non venissero cantate, ma usate a mò di riflessione tra una canzone e l’altra. Questo è il succo di “Alpha to Omega“, dove il suono noise che porta il suo nome è suddiviso in più movimenti, che vanno dai calcoli di 3b e 2.1 al sollazzo di 8 (lo stesso sollazzo che si respira anche in Teletubbie, leggera satira sugli omonimi pupazzi), fino alle melodie funky di IX e il tocco albiniano di 7, dove si respira aria di Shellac. Non meno permate di tali insegnamenti sono la fuga dalla realtà tramite uno scontro tra bolidi di Destruction Derby, il post-core multiforme di Aral See e le risonanze doom di Live Slow. Che il risultato complessivo di un disco simile possa essere definito rock filosofico? E’ un termine che sa di eccentrico, ma ci può stare. Gustavo Tagliaferri

Il cielo di Bagdad – Unhappy the Land Where Heroes are Needed or Lalalala, Ok (Autoproduzione)

Una linea immaginaria capace di congiungere Paul McCartney al post-rock, passando per il folk. Si presenta così il secondo lavoro dei campani Il cielo di Bagdad. Una cornice sonora ricca e suggestiva, pronta a interrompersi o a mutare in cori all’unisono, ma con una passione per il pop più colorato e leggero. In particolare i due pezzi di apertura, La la la, ok e The Light Place, hanno svolte inaspettate da lasciare l’ascoltatore disorientato e incuriosito, ma dura solo il momento di chiedersi cosa stia succedendo che torna un inciso fresco e piacevole, mentre We’re Fine è una leggera planata all’alba su una splendida costa sperduta. Ma c’è spazio anche per qualche momento più tirato che trova nel basso distorto di It’s Over e nella vena quasi dance di Stop! Stop! Stop! il tiro giusto. Così gli otto pezzi di “Unhappy the land where heroes are needed or lalalala, ok” ti conquistano ascolto dopo ascolto, diventando colonna sonora allegra e malinconica al tempo stesso. Forse le terre avrebbero bisogno di eroi così, semplici… Daniele Bertozzi

Joy as a Toy/Germanotta Youth – Split (Cheap Satanism Records)

Uno split venuto dagli inferi. Se si dovesse sintetizzare in poche parole questa collaborazione tra i Joy as a Toy, venuti da Bruxelles con furore per fare un po’ di casino, e i Germanotta Youth, side-project di Massimo Pupillo degli Zu con alle spalle un full-length in studio, sarebbe più adatta questa definizione, in quanto vede entrambi i gruppi, che di musica rumorosa ne sanno qualcosa, cimentarsi con la ripresa di storiche colonne sonore di film horror e thriller, con in più qualcosa d’inedito. I Joy as a Toy, contrapponendola all’andamento simil-proto-industriale di The Monster, fanno propria la Profondo rosso di gobliniana memoria, trasformandola in una jam session, con tanto di sassofono a dare un po’ più di brio, che sa di zucche e streghe. E proprio perché si parla anche di zucche e streghe, dopo un preludio alla Ministry che anticipa una Wardenclyffe Tower che si colloca tra le loro produzioni maggiormente riuscite, sono i Germanotta Youth a dare una visione di Halloween più supersonica rispetto a come l’aveva concepita John Carpenter, con dei beats forsennati proiettati dritti nel futuro. Lo stesso futuro che aspetta a braccia aperte entrambi i progetti, che mai saranno esclusivamente baccano. Gustavo Tagliaferri

Anubi – Perdition Is My Queen (42 Records)

Freschi di un’autoproduzione che si è protratta per un omonimo EP e per il primo full-length, rispettivamente del 2008 e del 2010, ecco che si rifanno vivi quattro ragazzi dal look british come gli Anubi, scesi nuovamente sul campo degli EP con questo “Perdition Is My Queen“, ma stavolta l’autoproduzione lascia il posto all’ala della 42 Records. Un’ala che di certo non impedisce alla band di guardare allo stesso punto dove si erano affacciati, un tempo, i Fab Four, la cui influenza è indubbia, ed è al contempo una lezione ben appresa. Se Capital City è un irresistibile inno pop che vede il suo clou nell’armonica blueseggiante presente sul finale, e Indian Song, come da titolo, una full immersion dentro una cultura diversa dalla propria che pare uscire direttamente dal periodo che va tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70, I, con il suo glockenspiel di contorno, sprizza allegria da tutti i pori, mentre è con Late Nite Bar che si riprendono in mano le redini del rock, stavolta in una delle sue forme più classiche. Il feeling a cui i nostri fanno riferimento si sente eccome, e le lodi che lo stesso Paul McCartney ha rivolto loro evidentemente non erano affatto campate in aria. Gustavo Tagliaferri

Madame X – Dive cattive (Ponderosa Music & Arts)

Musica e cinema, di nuovo nel segno del vintage. Come i Calibro 35 sono ormai in sintonia con il mondo del poliziesco, i Madame X, genovesi DOC, affondano le mani all’interno del thriller, quello più truculento, sul cui filo ci sono passate le “Dive cattive“, che vanno dalla Fenech alla Steele. Senza però il concetto di cover a prevalere. Sì, perché le composizioni di questa band sono esclusivamente proprie, una sfida da affrontare suonando quello che potrebbe essere a volte horror rock, a volte un flirt con l’India, a volte quel rock fumoso già assaporato con i Morphine del mai dimenticato Mark Sandman, grazie all’incedere dei fiati. La voce di Alessandro De Benedetti si muove tra Carnimeo (il brano di lancio Reazione a catena), Petri (gli strumenti a corda messi a nudo ne La decima vittima), Jodorowsky (La donna tarantola, le cui variazioni tengono fede al personaggio) e Miraglia (i moog impazziti di La dama rossa, con tanto di sviolinata d’epilogo in Il ritorno di Evelyn), perdendosi anche in affascinanti duetti (Patrizia Laquidara, Maria Vittoria Alfieri) veri e propri sogni (Vergini di luce). Che stavolta non verranno soffocati da alcun assassino. Perché la stessa musica è assassina, per quanto è ipnotica. Buon vintage a tutti. Gustavo Tagliaferri

The Strange Flowers – The Grace of Losers (Autoproduzione)

Gli applausi scroscianti udibili all’inizio di Hemerick G sono quelli che danno il via allo spettacolo. Quale? Ma quello degli Strange Flowers, reduci da una lunghissima carriera (sono attivi dalla fine degli anni ’80) ed arrivati, dopo cinque lavori in studio, tra cui uno split con i Baby Scream, alla loro sesta prova, intitolata “The Grace of Losers“. Uno spettacolo che presenta sempre alla sua base la psichedelia nella sua prima fase di sviluppo e tanto, tanto garage suonato in quel della pianura, con tanto di belati di pecore. La voce di Michele Marinò rimbalza tra melodie che a volte sembrano delle ipotetiche collaborazioni tra Rolling Stones e Doors (A Million Words to Say, Saddie Maggie) ed altre che riportano alla mente “Easy Rider” (Mary Ann’s Dream Factory, The Mouse on the Shore), ovviamente senza nulla togliere a gioiellini come la ballata Evelyn’s Face, Shampoo Girls, dove è lo wah-wah a farla da padrone, oppure i simpatici giochi di parole del country rock di Underground Underground. La grazia dei perdenti? Quella che può rendere vincenti. Gustavo Tagliaferri

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Germanotta Youth – The Harvesting of Souls

La Gioventù di Germanotta. Chi? Stefani Joanne Angelina Germanotta, meglio nota come Lady Gaga? Sì, proprio così. Del resto più di venti anni fa c’era la Gioventù Della Ciccone, aka Madonna, parentesi di metà di quella Gioventù Sonica (Thurston Moore e Kim Gordon) che all’epoca faceva strage di cuori rock, e allo stesso tempo un omaggio alla popstar in questione, espresso tramite un solo album. Ma se quello dei due musicisti di cui sopra era un vero e proprio riconoscimento tanto a lei quanto ad un certo tipo di musica pop, c’è da chiedersi cosa sia invece quest’altra Gioventù, considerando che a darne uno sguardo sono nomi come Massimo Pupillo (folle bassista degli Zu), Fabio “Reeks” Recchia (specializzato in effetti sonori) e il batterista Andrea Basili. Continua la lettura di Germanotta Youth – The Harvesting of Souls