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BEAUTIFUL – s/t

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Un digipack dal background bianco che ha come primo piano il disegno di un pomodoro. Un inusuale e allo stesso tempo simpatico biglietto da visita per un progetto come questo, accompagnato dai nomi dei cinque componenti che ne fanno parte: Cristiano Godano, Riccardo Tesio, Luca Bergia, Howie B., Gianni Maroccolo.

Sì, ok… ma chi o che cos’è BEAUTIFUL?” si chiederanno i più. Bella domanda.

Un side project di Gianni Maroccolo? Quasi. I Marlene Kuntz in inglese? Non proprio. Una riunione alla “volemose ‘bbene“? Neanche per sogno!

L’entità chiamata BEAUTIFUL altro non è che un’idea a se stante che racchiude i nomi sopracitati con lo scopo di creare una musica che non abbia un’unica direzione, ma molteplici. Il tutto dando al risultato un che di teatrale, essendo stato registrato proprio in un teatro. E questa è un’altra di quelle cose che non capitano di certo tutti i giorni.

Non che per i Marlene Kuntz questo sia il primo caso di jam session in studio. Altrimenti a cosa sarebbero servite le “Spore”, ai tempi di “Ho ucciso paranoia” ed oltre?

Quello che inizialmente fa pensare ad un ritorno a quel periodo è sicuramente il fatto che viene sacrificata per buona parte dell’album la voce (sempre quella del buon Cristiano Godano), presente solo in cinque tracce. Ma certe volte l’apparenza inganna, e lo scopo prefissato da Beautiful viene raggiunto, dal momento che nasce qualcosa che non solo prende le distanze dalle “Spore”, ma è un vero e proprio matrimonio tra vari suoni: da quello “alla Marlene”, ancora vivo ed udibile in tracce come l’iniziale Pow Pow Pow e la quasi epica Gorilla, ad un’ipnotizzante elettronica presente tanto come contorno nella devastante In Your Eyes quanto come ossatura vera e propria di un pezzo come Single Too!, da atmosfere blueseggianti (con un richiamo a Robert Johnson) come quelle di What’s Your Name? alle percussioni tribali di Suzuki. Per non parlare di tre momenti che difficilmente rimarranno inosservati: l’incredibile stravolgimento di White Rabbit dei Jefferson Airplane, il crescendo cosmico di Flowers, ovvero quattordici minuti nei quali vengono richiamati i primi Mogwai e i C.S.I. più duri, complice anche l’ombra dello stesso Maroccolo, e Giorgis, ovvero un turbine di chitarre distorte ed effetti quasi “di richiamo” che fa sì che si possa udire, da qualche parte, la presenza di un U.F.O. in procinto di atterrare sulla Terra.

Buffo, il teatro che cerca di contattare l’ignoto. Un’altra inusualità. Che tutte queste inusualità siano state un altro degli obiettivi del progetto BEAUTIFUL? Probabile.

Una cosa è certa: questa non è un’opera che può avere un’unica interpretazione. Per qualcuno potrebbe essere il colpo di coda di un gruppo ormai di maniera, o un segnale di rinascita sonora, o l’ennesimo ottimo contributo di un Maroccolo in stato di grazia, oppure un’occasione persa.

Sarà, ma, per quanto non sia escluso che i Kuntz forse non vivranno mai più un periodo come quello di “Catartica” e “Il Vile” e che magari anche per Maroccolo e Howie B. arriverà un giorno il momento di prendere baracca e burattini e tagliare la corda (speriamo di no!), finché ci sono ancora idee ben vengano dischi come questo.

Perché in Italia ne abbiamo ancora bisogno.

Gustavo Tagliaferri

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Intervista a Gianni Maroccolo (BEAUTIFUL, Al-kemi)

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Cinque figure compongono un puzzle, raffigurante un pomodoro, che risponde al nome di BEAUTIFUL. Un produttore straniero, uno italiano e una band che ha visto la sua maturazione anche grazie a quest’ultimo. Sono Howie B., Gianni Maroccolo e i Marlene Kuntz, autori di un progetto che pare essere davvero funzionante e soddisfacente, dopo i primi ascolti. La parola va a Gianni Maroccolo.

Perchè BEAUTIFUL? Come idea, come nome, come tutto…

Per il piacere della musica. Per il piacere dell’incontro e del confronto. Per vivere un’esperienza forse un pò “retrò” e/o cmq desueta, come quella della jam session. Beautiful è soprattutto questo. La fotografia di un incontro, quella fra me, MK e Howie. La fotografia integrale di una jam di dieci giorni. È un pomodoro, l’energia di Howie, il film che sta montando in questi giorni Fernando Maraghini, è un concerto estemporaneo, è una gioia al-kemica resa possibile da Ala Bianca.

Ascoltando l’album, c’è da dire che la voce qui assume un ruolo secondario. Non a caso Cristiano Godano canta in poche tracce. Che la vostra intenzione sia stata quella di fare una specie di album di jam session? Di matrice teatrale, poi, visto il luogo in cui è stato registrato…

Direi di sì. Ci siamo detti cosa non volevamo fare prima di trovarci a Longiano. Non volevamo fare un gruppo, non volevamo fare un disco di canzoni. Suonare e registrare l’embrione creativo prima dell’intervento classico della “produzione”. Unica eccezione è stata per la voce. Si era deciso per un disco strumentale ma durante le session Howie ha convinto cristiano a cantare qualcosa in inglese.

La cover di White Rabbit dei Jefferson Airplane. Come vi siete sentiti a riarrangiare una canzone le cui sonorità sono distaccate da quello che in genere fate? Considerando che non è un gioco da ragazzi…

Beh, ho cinquanta anni, non credo quindi di essere lontano dai Jefferson né dalla musica che veniva suonata in quegli anni. Detto ciò, è stata una proposta di Cristiano, Italia Wave ci chiese di partecipare all’edizione del loro bellissimo festival dove si festeggiava il 50nario di Woodstock. Ogni artista avrebbe suonato una cover di Woodstock e Cristiano ha scelto White Rabbit. Ottima scelta direi!

Che cosa avete in programma per il futuro? Magari c’è anche la possibilità di sbarcare all’estero…

A parte i concerti di novembre e dicembre… “No future” direi. Al-kemi e Ala Bianca stanno lavorando per fare uscire il disco all’estero. Se tutto andrà bene, fare qualche concerto il prossimo anno fuori dall’Italia.

Facciamo il punto della situazione. Al-kemi non è interpretata come un’etichetta discografica ma come una vera a propria factory. Come, quando e soprattutto perché ha preso forma?

Ha preso forma per diverse ragioni. La prima, come spesso mi capita di dire, nasce da una mia esigenza fortissima di dare un contributo costruttivo per cercare di uscire dalla piattezza culturale e sociale in cui è piombata l’Italia da oltre dieci anni. Fare la propria parte insomma, e io solo così posso farla. Cercando di costruire qualcosa in grado di fare circolare idee, cultura, musica, arte. Una comunità che sia in grado di autoalimentarsi, di entrare in contatto con altre realtà simili, di dare voce e visibilità alle avanguardie. Al-kemi nasce anche per mettere in contatto fra loro in modo concreto ogni forma e disciplina artistica. Al-kemi nasce con questi scopi primari e si costituisce come associazione culturale. Parallelamente all’ associazione agisce la “factory” ovvero: un management, un’etichetta discografica, una struttura promozionale. La “factory” nasce e si concretizza per merito di Ala Bianca e di Toni Verona che sta fortemente credendo e investendo in questa iniziativa. Sia chiaro, lungi da noi il pensiero che si possa “da soli” cambiare le cose. Noi stiamo provando a farlo e speriamo di poter condividere il nostro percorso con altri che la pensano in modo affine e/o che sentono la stessa urgenza, la stessa voglia di fare qualcosa.

Tempi di crisi e download selvaggio, le tue considerazioni?

La crisi della discografia è cosa di diversi anni fa e non incide più di tanto nella vita delle persone che cmq possono trovare facilmente tutta la musica che desiderano. La crisi riguarda il nostro tempo malato. Privo di dignità e popolato (per dirla alla Battiato) da parassiti. Ma questo è tutt’altro discorso. Tornando alla musica stiamo vivendo un periodo di “mutazione”. Il download selvaggio e/o il web in genere sono a mio parere una “manna”. Quest’ultimo in particolare ci permette di informarci in modo veritiero, di far circolare idee e buona musica, di provocare incontri. Io credo che il “domani” non sarà peggio di oggi o di ieri. Sono fiducioso anche perché da trenta anni sono abituato a operare in situazione di “crisi”.

Consorzio Produttori Indipendenti e Sonica, due delle etichette che hanno “fecondato” la musica italiana degli anni ’90 producendo gruppi come Santa Sangre, Santo Niente, Üstmamò, Wolfango, Disciplinatha e soprattutto i Marlene Kuntz, gli unici a “sopravvivere “ fino ai giorni nostri. Al-kemi è il proseguimento naturale di quelle due esperienze?

In parte lo è. E in parte no. Oggi sarebbe impensabile produrre musica e costruire progetti “creativi” come nel ‘94. Oggi l’artista non ha scelta. Deve per forza mettersi in gioco in prima persona ed essere principale artefice del suo destino. Strutture come Al-kemi possono investire tempo, esperienza, energia e qualche euro, fungere da cassa di risonanza, gestire insieme all’artista un percorso, ma non certo come fu possibile per gli artisti del C.P.I.

Un ricordo del C.P.I. e di Sonica.

Nostalgia. Orgoglio. Materiale resistente. Tributo a Robert Wyatt. Il primo raduno del Maciste.

La compilation di presentazione della factory, “Debut”, mi ha ricordato quelle belle compilation che uscivano negli anni tra gli ’80 e i ’90 prodotte da etichette come Mescal, Vox Pop e I.R.A., quest’ultima in particolare con “Catalogue Issue”, dove partecipasti con due pezzi dei Litfiba, che all’epoca servì a far conoscere “il nuovo rock italiano”. Possiamo definire “Debut” una nuova “Catalogue Issue”?

Non credo. “Debut” è una piccola testimonianza delle nostre intenzioni e l’occasione per presentare dei giovani artisti. “Catalogue Issue” in pieno fermento post punk wave, in un contesto diverso da quello odierno. L’attenzione verso la musica era ben diversa così come il desiderio di appartenenza a “qualcosa” che in quegli anni era molto viva. E anche la musica oggi è percepita diversamente da allora…

Foto di Annalisa Russo

Gustavo Tagliaferri e Marco Gargiulo

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Esce a settembre il progetto internazionale BEAUTIFUL: Marlene Kuntz, Howie B e Gianni Maroccolo

Esce a settembre in Italia BEAUTIFUL il progetto internazionale nato a seguito di un incontro fra i Marlene Kuntz, Gianni Maroccolo e Howie B, nel quale la scintilla della reciproca simpatia ha innescato all’istante la curiosità e il desiderio di collaborare. Alle promesse hanno fatto seguito la volontà e la fattività concreta, convogliate in una sessione di registrazione di musiche.

Le sessioni sono state registrate nella splendida cornice del teatro Petrella di Longiano, ed impostate a stimolare e catturare la creatività e l’improvvisazione: strumenti ed amplificatori sempre accesi, registratori sempre pronti a catturare l’istante. Da esse ne è uscito fuori molto materiale esaltante, ed il migliore di esso diventerà a breve il primo album ufficiale in anteprima per l’Italia.

L’uscita del disco sarà anticipata dal lancio di In your eyes il primo singolo che verrà presentato a breve alle radio italiane accompagnato da un video diretto da  Fernando Maraghini e Maria Erica Pacileo.

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Marlene Kuntz – Cercavamo il silenzio

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È come un ritorno a casa quando manchi da tanto.

Un salto trascendentale nel buio del Teatro Sannazaro di Napoli, rischiarato soltanto da una ricerca semi-acustica di silenziosità che scivola attraverso le note pastose di Cristiano Godano (voce e chitarra), Riccardo Tesio (chitarra), Luca Bergia (batteria), Luca Saporiti (basso) e Davide Arneodo (tastiere, violino e percussioni). Primo live in Cd e DVD, registrato durante il tour “Uno: live in love tour”, la cui produzione artistica è curata da Gianni Maroccolo mentre la parte video (riprese e montaggio) è affidata a Fernando Maraghini ed Erica Pacileo.

Stupisce e ammalia la versione morbida di Sonica, enfatizzata da un crescendo di sinuosa psichedelia-noise, in una magistrale “ri-lettura” sensibile che prorompe (sopratutto) nella personalissima cover di Here comes the sun. Le scenografiche La lira di Narciso, Notte, Canto e Il vortice si uniformano perfettamente all’atmosfera del contesto, scelto perché “tanto è lecita la distrazione secondo il rituale rock quanto è lecito il desiderio di suonare in un luogo che ne sia privo“.

I Marlene ribadiscono ancora una volta il sequenziale distacco dalle tendenze più “roboanti” di “Catartica” facendoci partecipi di una “esperienza globale di anima e corpo”.

Miria Colasante

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P.G.R. – Ultime notizie di cronaca

Mettere in scena la fine di un qualcosa è sempre doloroso. Passione, amicizia o lavoro che sia. Nel caso di un gruppo musicale, molti preparano per la fine della storia un disco, un regalo per i fan. Spesso si tratta di qualcosa simile a spazzatura, una cosa che era meglio se non fosse uscita.

I P.G.R. e il loro passato scomodo. “Però Gianni Giorgio Giovanni resistono”.

Ultime notizie di cronaca” è l’epitaffio, il lungo addio. Gianni Maroccolo (bassista e geniale produttore), Giorgio Canali (la “chitarra disturbata”) e Lindo Giovanni Ferretti insieme per registrare l’ultimo disco che, a differenza di quello che ho scritto sopra, nel loro caso è un qualche cosa di infinitamente bello. Un addio con fazzoletto e lacrime agli occhi.

Quest’album suona come un incrocio tra l’elettronico “Per Grazia Ricevuta” del 2002 e il sussurro elettrico di “D’anime e d’animali” del 2004. Gianni Maroccolo ha saputo mettere in atto la lezione del maestro Hector Zazou, scomparso un anno fa, in brani come Cronaca del 2009 o Cronaca settimanale; Giorgio Canali dona armoniosi intrecci chitarristici (Cronaca Montana) e Lindo Ferretti declama, come sempre, i suoi bellissimi testi. Il passato targato C.S.I. è testimoniato in Cronaca di guerra II.

Un bellissimo congedo.

Marco “C’est Disco” Gargiulo per Mag-Music