Archivi tag: Giuliano Dottori

Giuliano Dottori – L’arte della guerra vol. 1

[adsense]

Dopo i temporali, ecco la rivoluzione: “L’arte della guerra vol. 1“, il nuovo disco con cui Giuliano Dottori è intento a rivoluzionare il significato della lotta. Affidatosi alla piattaforma Musicraiser e ispirato dal trattato di saggezza e tattica bellica di Sun Tzu, Dottori (con l’ausilio di Mauro Sansone alla batteria e di Marco Ferrara al basso) torna energico, con toni particolarmente sereni e melodie dilatate e leggere.

Partendo dal presupposto che ogni crisi è una grande opportunità, l’ex chitarrista degli Amor Fou tratta il tema della solitudine, spia la felicità nel-Le vite degli altri, sorprende con Il mondo dalla nostra parte (la cui solarità è a dir poco insolita), mescola elettricità e psichedelia nella strumentale La nave, punta sul concetto di rinascita e sul valore dell’attesa con un’estate (#1107) autunnale e speranzosa.

Musicalmente parlando, risulta essere molto meno minimalista rispetto ai precedenti dischi, pur mantenendo in qualche brano quell’essenzialità che spesso lo ha caratterizzato. Ad essa contrappone brani in cui in quattro minuti e mezzo riesce a cambiare direzione tre volte e unire tre canzoni in una (Quando tornerai a casa), cosa che accade anche in Occhi dentro gli occhi dove si susseguono strofa e ritornello, un interludio strumentale e poi una coda con un coro alla Grizzly Bear.

L’impatto emotivo con questo lavoro è abbastanza forte, sia per le tematiche trattate, che per un sound ricco e stratificato che guarda al cantautorato americano e si chiude con un omaggio a De Gregori (I fiori muoiono quando ci rattrista perderli).

“L’arte della guerra vol. 1” è una missiva ritrovata in un cassetto che potrebbe essere stata scritta tranquillamente da una persona a noi cara, non per dare risposte ma per lasciare un messaggio e invitarci a riflettere: conoscere se stessi e prepararsi ad affrontare i conflitti, col passato in tasca e la fiducia nel futuro.

Libertà creativa e dedizione, tanto da riuscire a sentire la grammatura del foglio tra le dita e ad annusare l’odore della carta durante l’ascolto.

Carmelina Casamassa

[adsense]

Amor Fou – Cento giorni da oggi

[adsense]

Mettiamo subito le cose in chiaro: “Cento giorni da oggi”, terzo album degli Amor Fou, è un disco da prendere con le pinze. Per svariati motivi che, nel tentativo di descriverlo al meglio, non si può scappare dallo specificarli passo per passo. Ormai è sin troppo chiaro il fatto che sia nato, oltre che dalle acute osservazioni del frontman Alessandro Raina, da una serie di cambiamenti fattisi notare in principio sul piano extra-musicale: nuovo approccio social con il pubblico, nuovi linguaggi comunicativi, l’innovativa e dall’indiscusso effetto sorpresa anticipazione dell’album avvenuta con un coloratissimo tumblr fatto di gif, d’astrazioni e di visioni. Tutte mosse che fanno ben capire quanto e come Raina e soci siano cambiati prima dal canto proprio e successivamente nei confronti della loro musica. Social Media Marketing? Probabile, ma d’altronde anche quest’ultimo campo d’azione è o non è un moderno modo di porsi a una strategia comunicativa nata in seno alle giovani menti di cui, in qualche modo, questo disco si ritrova a raccontare?

Con “Cento giorni da oggi” gli Amor Fou riescono nel necessario tentativo di raccontare l’universo appeso a un filo della gioventù di cui io stesso faccio parte. A scanso di equivoci devo dire che prima di tutto lo fanno con l’aspetto concettuale, lontano dal cantautorato nostalgico e meno umorale dei precedenti lavori ma vicino al modo di porsi di chi vuole raccontare ciò che vede e tutti quegli stimoli che lo spingono verso mete inaspettate, verso rifiuti, verso atti di provocazione che non coincidono mai con la protesta vestita di kefiah e di rosso d’azione. Perché l’approccio alla rivoluzione appena nominato, oramai, è molto antico e fuori forma: ora si vive come si può, vestendosi di moda e facendo il verso strafottente al potere. Ecco, vedete, in ogni caso i quattro di Milano si ritrovano comunque a esporre critiche, ma senza antagonismo violento d’alcun genere. Con i dovuti limiti, cambiano anche le sonorità. Si è parlato di virata elettronica, di M8(8)3, del sempre attuale Battiato, di contaminazioni afro e via dicendo. Tutto vero ma, tanto per chiarirci bisogna dire che, dopo diversi ascolti, l’impressione è che il vero album elettronico dei quattro era e rimane “La stagione del cannibale”. Qui, invece, cambiano le formule e il punto forte lo troviamo nelle incursioni esotiche, ritmiche e a volte quasi selvagge: un brano come Forse Italia lo dimostra benissimo con quel refrain disco-chic che sfodera cassa dritta e un generale senso di coolness che fa bene all’animo, c’è poco da fare. Su questo piano altrettanto riescono a fare Padre Davvero, con i synth spaziali e il tribalismo dietro stante, e (ovvio) il singolo Alì, fresco, puro e indovinato. Piacciono anche le nuove scelte ritmiche che, oltre al sostegno della cassa modaiola, sorprendono per l’attitudine afro simil-Talking Heads che si chiarifica appieno in Le guerre umanitarie. Per il resto (ben fermi comunque sul fatto che la sensazione generale sia di novità e di svolta) rimangono sempre gli Amor Fou, forti di quell’indole d’urgenza espressiva che già conoscevamo bene; s’ascoltino I 400 colpi (ad esempio, qui le chitarre soliste sono sempre quelle di Dottori eh, si riconoscono subito) e altri momenti sparsi qua e là tra i vari brani, sempre toccanti ed emozionali.

In conclusione, c’è da dire un qualcosa che credo sia condivisa in modo unanime: tutti e tredici i pezzi che compongono questo “Cento giorni da oggi” sono tecnicamente perfetti e funzionano alla grande. Complice anche l’iper-produzione? Ok, va bene, ma di sicuro c’è un sentire concreto situato prima di essa, che indubbiamente gli permette di fare il suo buon lavoro. “Cento giorni da oggi” spicca il volo nel suo momento storico ideale, situandosi a metà tra un resoconto generazionale e un album di splendido pop ingegnosamente contaminato da questo, da quello e da quell’altro. E chissà se l’estate gli porterà altra fortuna.

Davide Ingrosso

[adsense]

Intervista agli Amor Fou (2010)

[adsense]

Già dall’EP che ha preceduto quest’album, “Filemone e Bauci”, si avvertiva una forte vena cinematografica nella vostra musica, senza contare, poi, che i vostri due album sono delle vere e proprie storie. Come v’immaginereste un film o un cortometraggio diretto da voi?

Alessandro Raina: I registi che amiamo sono talmente tanti che ci viene difficile immaginarci dietro la macchina da presa. Abbiamo sempre lavorato a contatto con registi di talento, Pippo Mezzapesa, grande promessa del cinema italiano, diresse il nostro primo video e Paolo Santagostino, un regista esposto anche al British Museum, ha curato i visual del vecchio tour e il video di Dolmen. Quando scriviamo le canzoni le immaginiamo associate a scene di film a cui siamo molto legati. Più che girare ci piacerebbe scrivere colonne sonore.

Vi siete affidati ancora una volta alla struttura “concept album”. Come mai?

Nel nostro modo di intendere il pop ogni disco dovrebbe contenere un’idea centrale forte, piu’ che un concetto, da approfondire attraverso le canzoni. Un album è un grande mezzo di comunicazione: le canzoni vivono anche da sole ma chi ha la pazienza di ricondurle all’immaginario del disco da cui provengono spesso può trovare un valore aggiunto nel saperle legate ad una sceneggiatura piu’ ampia e in questo modo interpretarle in un modo piu’ ampio o magari trovare spunti e ispirazioni verso altre tematiche.

Mi ha colpito molto la canzone De Pedis, sopratutto il testo: perchè usare “arrivederci” in un contesto dove sarebbe stato più adeguato usare “addio”?

Al di là della citazione alla popolare canzone un arrivederci suona piu’ nostalgico ma soprattutto esprime un attaccamento a una realtà (la propria città) che non si potrà eliminare nemmeno attraveso la morte. La voce narrante del brano spera di rivivere, ovviamente non in una vita terrena, gli scenari del proprio passato a cui non può – e non vorrebbe – dire addio.

Ognuno è solo anche se vanta 2526 amici”. I social network, uno su tutti Facebook, rappresentano uno dei casi dell’alienazione dell’individuo del ventunesimo secolo. Come vivete voi, come persone e come gruppo, i social network?

Come gruppo li viviamo in linea con i tempi, ossia come una cassa di risonanza e un modo per cercare di avvicinare i nostri contenuti al pubblico ricavandone delle impressioni. Nella band c’è un uso disomogeneo dei social network. C’è chi è iperconnesso, chi non è andato oltre MySpace e chi non è mai entrato in rete attraverso quei canali. In ogni caso cerchiamo di restare coerenti con il nostro modo di comunicare, non siamo una band di ventenni spensierati e maniaci del web ma nemmeno degli asceti distaccati dalla realtà!

Nel brano Un ragazzo come tanti parli di un prete che inibisce la propria attrazione nei confronti di un ragazzo. Ti sei ispirato ai fatti che riempiono, da mesi, i nostri telegiornali o è semplicemente una pura coincidenza?

Mi sono ispirato alla mia esperienza di credente e di frequentatore della Chiesa, soprattutto in passato. Ho voluto sottolineare la dimensione umana dei personaggi e della loro idea di libertà, in questo caso di rifiutare. E’ sempre molto difficile ispirarsi alla cronaca. Diciamo che la canzone d’autore rappresenta uno strumento divulgativo parallelo e spesso complementare alla cronaca, così come alla letteratura o al cinema. La cronaca in sè e per sè è spesso sterile e parziale. La documentazione degli scandali e degli abusi che interessano la Chiesa ha molta piu’ rilevanza perchè oggi la comunicazione rende impossibile nascondere le notizie e al contempo rende piu’ facile diffondere determinati messaggi dall’alto potenziale mediatico. L’80% dei casi di pedofilia si svolge in famiglia o a scuola, ma in questi mesi sembra che ciò riguardi solo la Chiesa cattolica. Non si registra alcun caso ri guardante altre confessioni religiose. Negli anni novanta esplose il caso degli albanesi, quasi sempre dipinti come ladri o violenti, e poi dei rumeni stupratori, o dei rom come ladri di bambini. Il dovere di cronaca è intangibile ma richiede una grande capacità analitica perchè la cronaca quotidiana si basa su influenze, regole e leve molto precise, che non sempre corrispondono alla documentazione della realtà e spesso fomentano vere e proprie psicosi piuttosto che rappresentare determinate realtà per sostenere cause e posizioni politiche preordinate. Nel caso del nostro disco non credo si possa parlare di contro-informazione ma del tentativo di rappresentare delle realtà che troppo spesso la cronaca ignora o rappresenta male.

Nei brani si fa largo uso delle bellissime tastiere suonate da Leziero Rescigno, che è il vostro batterista. Ci saranno dei cambiamenti di arrangiamenti o userete delle basi dal vivo?

Il live ha una naturale propensione alla visceralità e nel nostro caso penso che gli elementi rock, new wave e psichedelici abbiano modo di esprimersi al 100%. L’utilizzo dei campionamenti è ormai ridotto all’osso e riguarda solo pochi brani, ma non ci poniamo il problema, come non se lo pongono band che prendiamo ad esempio come i Radiohead o i Blonde Redhead. Tutto ciò che è funzionale al nostro suono viene utilizzato in modo costruttivo, tanto più nell’impossibilità attuale di introdurre altri musicisti.

Qual è, secondo voi, la vostra posizione nel panorama (indie?) italiano?

Riteniamo di dover crescere e divulgare la nostra musica dopo una lunga fase di assestamento, per cui non abbiamo mai fatto bilanci. Sicuramente la collaborazione con una major come Emi ci pone al di fuori di connotazioni di ‘area’, ma non ci siamo mai posti il problema dell’appartenenza. Speriamo che il pubblico coltivi gli Amor Fou con passione ed attenzione, confidando nel fatto che resteremo sempre fedeli alla “causa” e all’immaginario che abbiamo sposato creando il gruppo e che non è fatta solo di canzoni. Da parte nostra continueremo sul percorso tracciato, ci sentiamo un progetto destinato a dover ‘decantare’ che sta compiendo un percorso molto stimolante, almeno per noi. I frutti iniziano a vedesi ma serve molta continuità per affermarsi realmente e tantissimo lavoro, in primis di fantasia!

Domanda finale: partecipereste mai a Sanremo l’anno prossimo?

Sarebbe una bella esperienza, intrigante e non priva di incognite. Non siamo assolutamente ‘complessati’ rispetto a certi ambiti, non solo per la tradizione che rappresentano ma anche per la penuria di spazi che un progetto come il nostro ha per proporsi al pubblico televisivo, ossia quello che, purtroppo, continua a rappresentare maggiormente i consumatori, anche di musica. Sarebbe un grande onore cantare alla manifestazione che un tempo accolse la grandezza di alcuni dei nostri eroi musicali come Tenco, Endrigo, Paoli, Mina, la Vanoni, ma se non dovesse accadere ce ne faremmo una ragione.

Marco Gargiulo

[adsense]

Amor Fou – I moralisti

[adsense]

“Arrivederci primo amore mio…”.

Arrivederci. Ci rivedremo un giorno. Di nuovo, le nostre strade si uniranno ancora. Forse per sempre. Chissà. Sarebbe stato più consono usare “addio”, nel testo di De Pedis: addio “primo amore mio”, addio “padre, scusi se non ho saputo ritrovare dio”, addio “Roma, scusa se ti ho ricordato che si muore”, addio “giovinezza mia”. Ma Alessandro Raina ci rassicura: “questa vita no, non è finita”.

Tre anni dopo il pregevole ma piatto esordio con “La stagione del cannibale” e un anno dal bellissimo EP “Filemone e Bauci”. Quest’ultimo parlava chiaro: gli Amor Fou stanno cambiando. Via l’elettronica e i campionamenti, sì alla raffinatezza (analogica) delicata di chitarre, basso, batteria e pianoforte: il calore prevale. Da Homesleep a La Tempesta a EMI (per le major: “c’è crisi dappertutto, si dice così…”). Cambio anche di organico: Cesare Malfatti e Lagash sono usciti dal gruppo, dentro il chitarrista Giuliano Dottori (autore di un bellissimo disco, ”Temporali e rivoluzioni”, uscito l’anno scorso) e il polistrumentista Paolo Perego. Continua la lettura di Amor Fou – I moralisti

Giuliano Dottori – Temporali e rivoluzioni

[adsense]

Un piccolo scrigno”.

Cosi è definito nel comunicato stampa “Temporali e rivoluzioni”.

Giuliano Dottori ritorna con questo secondo album dopo aver condiviso e condividendo ancora esperienze con Atleticodefina e Amor Fou. Dopo le atmosfere intimiste del predecessore “Lucida”, questa volta Giuliano ha prediletto un suono più semplice, meno elaborato e, in conclusione, più rock e rarefatto. Le musiche di questo lavoro, infatti, non hanno bisogni di amplificatori e cavi per esprimere forti emozioni.

Affiorano cosi i vari riferimenti alla consolidata tradizione italiana della canzone d’autore (De Gregori in primis) ma anche alle nuove leve cantautoriali come Moltheni (sentire, ad esempio, l’iniziale Chiudi l’emergenza nello specchio) o Riccardo Sinigallia.

Come definire quest’album? Un lungo abbraccio sotto la pioggia battente, forte, robusto ed pieno di calore.

Un bel lavoro, davvero, colto ed elegante.

Marco Gargiulo

[adsense]

Intervista agli Amor Fou (2009)

[adsense]

Che rapporti ha l’EP con il mito di Filemone e Bauci?

La canzone ruota attorno a una riflessione sui cambiamenti che l’idea stessa di un rapporto ha subito nel corso del tempo. Filemone e Bauci rappresentano l’archetipo dell’amore coniugale, del rapporto forte, espresso da una cultura che riconosce dei valori quasi assoluti su cui una società (così come una coppia) si poggia. Viviamo in un’epoca di dissolvimento dei legami, in cui piu’ che una maggiore libertà ed emancipazione si è imposta, attraverso l’individualismo, una grande incapacità ad impegnarsi, a lavorare sui rapporti per farli crescere ed evolvere. Il riferimento a quel mito è quindi abbastanza provocatorio.

Il cambiamento di organico ha sicuramene influenzato questo lavoro, come mai Cesare Malfatti e Lagash non sono della partita? Troppi impegni?

Per una profonda e totalmente inconciliabile differenza nel modo di concepire il progetto, la sua vita, il suo significato e più in generale sulla base di ragioni quasi contrapposte alla base della scelta di continuare a fare musica.

Per la diffusione vi siete affidati a due modalità: EJunkie (fai tu il prezzo) e confezionando un EP in maniera artigianale. Come mai vi siete affidati a queste soluzioni?

Per stare al passo con i tempi e con i modi attuali di consumare musica. Non siamo tuttavia grandi fan della digitalizzazione selvaggia, ed è per questo che alleghiamo sempre elementi che richiedono un approfondimento particolare e che abbiamo stampato una versione fisica dell’EP, che ha contenuti maggiori rispetto alla versione digitale.

Alla fine dell’ EP è presente una cover bellissima di Mina: L’ultima occassione. Perchè avete scelto questa?

Era la canzone che dovevamo eseguire a Scalo 76 durante la puntata dedicata a Mina, ma ci fu imposto di interpretarne un altra. La versione ci soddisfaceva ed abbiamo deciso di condividerla.

Di cosa tratterà il prossimo disco? Dal vivo ho visto che eseguite una canzone chiamata Anita, proprio come la protagonista del racconto allegato all’EP. Sarà un concept come fu “La stagione del cannibale”?

Musicalmente sarà spiazzante, e sicuramente più vario del predecessore, questo perchè di fatto siamo una band appena nata. Partirà e finirà con i volti di persone che abbiamo conosciuto o anche solo spiato girando l’Italia per musica, per amore e per cercare un po’ di quiete, trovando spesso l’esatto opposto.

Ora siete in tour. Dopo di questo cosa succederà? Potete darci qualche anticipazione?

In realtà il tour vero e proprio avverrà fra ottobre e novembre, con novità di organico (c’è un nuovo polistrumentista, Paolo Perego), di attitudine, di scenografia… Presenteremo alcuni brani nuovi e poi ci si fermerà per attendere l’uscità del nuovo album.

Marco Gargiulo

[adsense]