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My two cents#26

In questo numero: Luigi Porto, About Wayne, Thank U for Smoking, Felpa, Infection Code, The Shak & Speares, Superbox (*_°), Cosmetic,  MOOSTROO, Il Cane

Luigi PortoScimmie (Snowdonia/Cineploit, 14 t.)

Tre di tre. Per una vita, quella di Luigi Porto, in cui la sperimentazione è il proprio pane tanto singolarmente quanto con i Maisie, cotanta scelta corrisponderebbe quasi ad un’ulteriore sfida. O forse non del tutto: Scimmie non è solo il primo disco pubblicato a suo nome, ma la ferma e decisa scelta di fare propria, non necessariamente limitandosi ad una dimensione d’essai, parte di un patrimonio artistico sotterraneo da riscoprire, quel L’evoluzione delle scimmie, firmato Romano Scavolini. Tre pièces di musica contemporanea in cui nella sinergia tra analogico e tecnologico si legge una fedelissima interpretazione di ogni scena, in particolare nei momenti clou, come nel caso di Monodia del pusher, un equilibrio in due parti tra silenzio e rumore, assenteismo elettronico ed espedienti free, lo sguardo rivolto verso Oriente di Le vespe e soprattutto la gotica, maestosa, tra ambient e rumorismo, ouverture della title track, all’interno di un labirinto che ingloba voci da soprano (Carmen D’Onofrio ne Il parco e nell’Ave Maria russo Bogoroditse Djevo), rapper fuori dagli schemi (Mr. Dead in Distaste II, ideale contraltare di una prima parte spezzettata, da camera, sorretta da un intenso quartetto d’archi) e portatori di canti di protesta (Rudi Assuntino nel climax fatto di ticchettii di Cecilia o la danza spinata). Quanto basta per ritenere Scimmie un’opera non facile da masticare, ma tale da meritare più di un’attenzione, un’ulteriore felicissima eccezione alla regola tipica di casa Snowdonia. Gustavo Tagliaferri

About WayneBagarre (Goodfellas, 12 t.)

La cosa più facile eppure la più difficile: ascolti un disco e ti piace. Ti piace senza compromessi, senza tutte le scuse e le frasi di rito. Gli About Wayne ritornano con un disco puramente rock, esaltante e piacevole. L’inizio è fragoroso e la cinquina iniziale non lascia un attimo di respiro spingendo subito sull’acceleratore, ma con tanto gusto. Potenza e melodia si dividono equamente la scena, il resto lo fanno arrangiamenti curatissimi e una bella qualità sonora. Emergono il singolo Where No One Goes ed una The Chase che, una volta arrivatici, lascia intuire di cosa si stia parlando. Si riprende fiato con l’acustica Riverside, che evoca polverose pianure western e divide idealmente il disco in due parti. Infatti da qui si rallenta leggermente, le atmosfere si dilatano e lasciano spazio alle emozioni di brani come Son of a Man, che non sfigurerebbe in un album dei Pearl Jam, e ballate in crescendo come Charger 69. Certo, c’è tanto rock americano in questo disco, si pensa subito ai Foo Fighters, ai Pearl Jam e forse un po’ ai Black Rebel Motorcycle Club nella conclusiva Prayer#2. Ma quello che colpisce di di un disco simile è l’onestà di dodici pezzi semplicemente belli. Daniele Bertozzi

Thank U for SmokingYomi (Autoproduzione, 9 t.)

Tracciare in maniera spigolosa la perdizione della propria anima attraverso lo spazio ed il tempo, quasi a dare un tono poetico al tutto. Un dato di fatto per i Thank U for Smoking, dal momento che se Dopo la quiete rappresentava un esempio lapalissiano, un’immersione onirica all’interno del cosmo, Yomi è un ritorno alla terra, un grido disperato e primitivo che prende forma attraverso un’evoluzione del proprio suono verso qualcosa di maggiormente roccioso: un post-rock alla cui componente noise, tipica della sotterranea Il digiuno dei Kami, si accompagna la necessità di trarre ispirazione da svariate correnti metal, vedesi il doom della strumentale Karma o il disturbante crescendo di π, dove i sassofoni di Luca Tommaso Mai (Zu, Mombu), fedeli al loro avanguardismo, portano ad un climax tale da mandare a nozze caos ed ordine, mentre la voce di Aurora Atzeni, già affascinante nella sua passata trasparenza, si fa angelica e spettrale allo stesso tempo, come dimostrato dalla preghiera ultraterrena di Xu e dagli arpeggi ossessivi di una Infinito \\ Omega ai confini del gotico. Tanto che la componente sognante non scompare del tutto, in quanto espressa dai riverberi facenti da ponte levatoio ad una ninna nanna per glockenspiel suonata dal chitarrista Valerio Marras, nella conclusiva L’ultima cortesia di Yama. Di fronte ad uno scenario del genere i dubbi si sprecano: Yomi non è un semplice album, è un viaggio al quale abbandonarsi senza cedere nemmeno per un secondo. Ineccepibile. Gustavo Tagliaferri

FelpaPaura (Sussidiaria, 10 t.)

La paura che fa da cornice a questo album è molto forte, così tanto da rendere difficile la distinzione tra le note in cui la si può avvertire e in quali no. Daniele Carretti, già chitarrista degli Offlaga Disco Pax e dei Magpie, rinnova la sua esperienza solista con lo pseudonimo di Felpa. Paura risulta essere un deciso passo in avanti rispetto al precedente Abbandono, per quanto entrambi i lavori siano accomunati da una vena malinconica che sconvolge ogni composizione. Riverberi, suoni di chitarra sognanti, voci ovattate ed atmosfere psych/shoegaze ci riconducono a dei maestri assoluti di determinate sonorità come gli Slowdive. In risalto vi è anche una lampante volontà ccantautoriale, particolarmente marcata in Stanotte, e ne si ha la conferma proprio in Rimmel, cover del famosissimo brano di Francesco De Gregori (presente nell’EP Inverno che ha anticipato il disco). Daniele, non aver paura! Lorenzo Landriscina

Infection CodeLa dittatura del rumore (Argonauta, 7 t.)

Il metal come linguaggio attraverso cui stravolgere la realtà circostante ed al contempo mantenere un diretto contatto, donando una visione propria del passato come del presente. Agli Infection Code, da quindici anni sulla cresta dell’onda, non si può dire che manchi il coraggio: La dittatura del rumore, per essere il loro quinto disco in studio, è un lavoro che, nel suo osare molto, centra il bersaglio. Ripartire ponendo al centro di tutto gli anni di piombo significa accompagnare a delle basi memori di certo industrial dei primordi un’evoluzione a tutto tondo a livello di suono, sorretta dalla resa della voce di Gabriele Oltracqua, un mantra demoniaco e strozzato che ha inizio con il post-hardcore lisergico e colmo di psichedelia di Miasma e finisce con il serrato armageddon electro-heavy di Omniasuntcommunia, abilmente lavorati dal bassista e tastierista Enrico Cerrato. A coadiuvare il tutto la possente ribellione screamo-death di Lottacontinua, la siderurgica e sludgeiana Profondopiomborosso ed il tocco luciferino dei riff disperati di Maledesistere, quasi a reggere uno stato di grazia riscontrabile nell’onirica Vuotavertigine, momento maggiormente melodico del lotto, e nel ricordo colmo d’ira di Sacco e Vanzetti, nelle parole di Gian Maria Volonté, de Ilsensodellacondanna. Specchio di un panorama che lascia intuire che se La dittatura del rumore” è questa, è da considerare più che necessaria, al giorno d’oggi, da contrapporre ad una democrazia permeata di cloni. Galvanizzante. Gustavo Tagliaferri

The Shak & SpearesDramedy (Freakhouse, 9 t.)

Il ritorno dei The Shak & Speares ha di nuovo il sapore di libertà espressiva, vivacità punk à la Gogol Bordello e poca voglia di prendersi sul serio. Dopo il debutto Gagster, che li ha portati a chiudere la tournée a Londra in compagnia di Vic Godard e Paul Cook (Sex Pistols), ecco un lavoro tragicomico: Dramedy. Non si poteva scegliere titolo migliore per un disco in cui il contrasto tra un clima festoso e un clima più teso si mescolano in un attimo: tragedia e commedia in un’unica danza (Courtney Is Dead, ad esempio). Nove tracce le cui sonorità rimangono fedeli alle scelte fatte nel primo disco (in maniera riduttiva, per chi non li conoscesse, lo si può definire un mix tra punk, folk e ska), con uno special guest d’eccezione, ovvero proprio quel leggendario punk-pioneer inglese che risponde al nome di Vic Godard. Dramedy è un album orecchiabile, danzereccio, energico, contagioso, solare e curativo. Godetevelo! Carmelina Casamassa

Superbox (*_°)Uno (Autoproduzione, 5 t.)

Un epilogo non sempre è accompagnato dalla chiusura di un sipario, ma può essere l’equivalente dell’apertura di un portone, una volta chiusasi un’esperienza piena di soddisfazioni, come si era intuito da dischi come La fine del potere. Gli Eildentroeilfuorieilbox84 sono morti, lunga vita ai Superbox: nome differente, stesso cuore pulsante, quello di tre romani la cui rinascita eleva all’ennesima potenza, al ritmo di un brano al mese, la forza delle intricate costruzioni sonore che li hanno sempre caratterizzati. Uno, come da titolo, è un EP che riassume i primi cinque mesi di cotanta ripartenza, denotando come, di lavoro in lavoro, i ragazzi non si perdano d’animo nell’ingranare, passando dai sette minuti di ritmiche serrate attraverso cui lasciarsi ipnotizzare dal Medio Oriente vedendolo in un’ottica subacquea di Orijenes al folle vaudeville corale madido di punk di Non torno a casa, da Regina, figura tracciata attraverso una spaziale e frenetica allucinazione in levare, con tanto di raggamuffin distorto, alle campane che preannunciano la vivacissima festa di paese de La sagra, fino agli stralci di telecronache di Tutto molto bello, inno all’omonimo torneo autunnale tra label con il contributo di Federico “JolkiPalki” Camici. Delle sorprese multicolore che danno il giusto lustro a quello che, per i nostri, è un signor nuovo inizio. Benvenuti, Superbox (*_°). Gustavo Tagliaferri

CosmeticNomoretato (La Tempesta, 12 t.)

Nomoretato è il suono (a detta del frontman della band) che fa la vita di ciascuno di noi quando scegliamo di essere scegliamo di essere autentici, senza curarci di nulla. È così che è stato intitolato l’ultimo disco dei Cosmetic ed uno dei brani in cui si fa riferimento alla necessità di dare la vita per qualcosa per cui ne vale la pena. L’opener è Venue, che a fine disco, può sembrare quasi una mossa strategica, in quanto un verso del testo viene ripreso in Rocapina mentre gli accordi fanno nuovamente capolino in Crediti, e ciò può dare un senso di familiarità nell’ascolto. Si passa dal classico pezzo alla Cosmetic (Bordonero) ad un sound minimalista (Non ritornerò) ad una strumentale che si estranea totalmente dal resto del lavoro (Reprise). Di facile ascolto ma non convenzionale, l’album (meno ruvido e cupo rispetto al passato) attinge a certi panorami alt-rock e pop, permettendo alle distorsioni shoegaze del primo periodo di passare in secondo piano. Purtroppo, però, a brani come la polistrumentale Voragini (il maggiormente riuscito) se ne affiancano altri incapaci di comunicare. Un buon disco che però non spinge a ripeterne l’ascolto. Carmelina Casamassa

MOOSTROOs/t (Autoproduzione, 9 t.)

Un agglomerato di materia dai somatismi cagneschi, una montagna colante di viscidume dove la neve è equiparabile a bava e sudore, certamente un insolito ibrido quello dietro il quale celare il nucleo del proprio linguaggio sonoro. Ma non ci sono dubbi che la creatura denominata MOOSTROO sia questo ed altro, specialmente se la sua ubicazione è riscontrabile nel bergamasco, da parte di un trio capeggiato da Dulco Mazzoleni. Lo spirito attraverso cui interpretare un simile full length omonimo d’esordio non è permeato solo di rock, quanto soprattutto di blues e delle sue molteplici e possibili interpretazioni, sorrette da una voce, appartenente allo stesso Mazzoleni, pulita, greve, sporca, le cui sfumature non passano inosservate: che il proprio repertorio sia colmo di elettricità, come in Autocomplotto, memore del Rossofuoco canalesco, ma anche pacato, di ispirazione southern, per quel che riguarda LPS, caratterizzato da un’indole cantautoriale, da Umore nero ad Underground, distorto ed allucinato per l’arringa de Il prezzo del maiale, incalzante e intriso di rock’n’roll per Silvano Pistola o persino cadenzato quando si tratta di rappresentare la preghiera blasfema e granitica del Valzerino di provincia, se non la danza macabra di amore ed odio di Bacio le mani e il suicidio dal sapore cosmopolita di Mi sputo in faccia, quel che si ha davanti è un lavoro di alta caratura, espressione di un linguaggio crudo che, fortunatamente, ancora mostra segni di vita. Un MOOSTROO da non temere affatto. Gustavo Tagliaferri
Il CaneBoomerang (Matteite/Moscow, 11 t.)

Dovendo delineare un adeguato profilo per uno come Matteo Dainese, non si può certamente dire che, con il monicker Il Cane, sia un musicista dall’indole stagnante. Dopo lo scatenato Risparmio energetico, chiunque si sia aspettato dal nostro un disco su quella falsariga è possibile che rimarrà deluso: Boomerang, suo terzo disco in studio, in tema di stesura di brani, vira verso territori maggiormente calmi, dove alla base di tutto c’è l’elemento acustico, ma senza perdere il tocco che lo ha caratterizzato fino ad ora. E così oggi Il Cane, oltre alle vibrazioni elettroniche di Maledizione, i vagiti drum’n’bass de Il premio e l’euforico, spiazzante e tribalistico rock di Cuscino rosso, godibilissime prove della permanenza del suo lato folle, si muove tra ballate (Spettri), occhieggiamenti ad un pop visto attraverso molteplici prospettive (l’armonia di Vero e il caos di Panico) e minestroni di folk, il post-rock più intimo e le melodie dei primi Talk Talk (Al tuo tempo), dà luogo a composizioni intrise di brio ed al contempo incalzanti, farcite di espedienti settantiani (Alla grande), si lascia andare ad isolati spoken word su ritmi cadenzati (Lacrime) e sintetizza il meltin’ pot risultante una volta giunto alla fine del suo percorso (Sconosciuti). Una svolta che non può che fare bene, tale da riflettere un’ecletticità in continua crescita nella persona di Dainese. Per di più con altrettanti ospiti di tutto rispetto come Egle Sommacal, Ilaria D’Angelis ed Enrico Berto. Gustavo Tagliaferri

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My two cents#25

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In questo numero: es, Gentless3, Capitan Love, The Rust and the Fury, OfeliaDorme, Polar  for the Masses, Confusional Quartet, Traum, Mezzafemmina, Io?Drama.

esDai tremiti alle stelle EP (Dischi Soviet Studio)

La parola alla donna. L’inversione dei ruoli è prossima a compiersi. C’è qualcosa, nella svolta amorosa inaugurata con Sottile è il cuore entusiasta, che può ricondurre proprio a questo. Una successione, per quel che riguarda gli EP, tale da rappresentare un ipotetico botta e risposta all’interno di una coppia. Lui, ALes, prima, lei, Tina, ora, secondo un ruolo apparentemente minore, rispetto a quello che da sempre è appannaggio del sopracitato, ma in realtà di maggiore valenza rispetto al lavoro precedente. La dominazione espressa a parole, se non anche con i fatti stessi, alla base di Dai tremiti alle stelle. E allora via con il gioco di Bondage, la voglia di essere felici anche quando si tratta di sacrificare parte delle proprie movenze senza per questo farsi troppo male, lasciando che un respiro affannoso, al suono di un rock caratterizzato da incursioni di synth non meno rilevanti, si faccia tutt’uno con le voci dei protagonisti, passando per le pulsazioni di Resta nei paraggi, fulcro di una crisi scampata, specchio di quella che si può definire la ballata di turno dell’opera, senza per questo discernere dalla malizia e dall’assenza di pudore riscontrabili negli occhi di una cam-girl, protagonista di Videochat, scevra da ogni remora nel farsi vedere come è veramente, mentre scorre un ritmo serrato, deciso, sempre più elettronico. Con qualche sterzata in più rispetto alle tre tracce precedenti, è evidente che gli es, nella loro esplorazione di un mondo sondato più e più volte, abbiano nuovamente capito tutto, fuggendo alla banalizzazione. Gustavo Tagliaferri

Gentless3Things We Lost EP (Viceversa)

I Gentless3 si sono persi qualcosa ma non l’occasione di far uscire un EP di quattro inediti (e altrettante cover in versione digitale nel caso si acquisti il CD). Things We Lost si apre con gli ultimi momenti di vita di uomini condannati, sbandierati sotto gli occhi di tutti (Death Row Information), un sound scarno accompagna una raccolta di parole dei condannati a morte riprese dall’Executed Offender’s Last Statement (1982/2014) pubblicato dal Dipartimento di giustizia criminale del Texas. Seguono Mercenary, uno storytelling dove tutto ruota intorno al bisogno dell’approvazione degli altri e Pay my dues, la storia di una donna sopravvissuta a un disastro aereo, arricchita dalla presenza di Fabio Parrinello (Black Eyed Dog) alla voce e della chitarra Weissenborn di Fabrizio Cammarata. dark-folk fatto di blues sgranato, andamento lento e vocalità tenebrosa (che però risulta pedante, concedendo un po’ di tregua solo con il quarto brano) affiancato da cover quali Suzanne di Leonard Cohen, Waves of Mutilation dei Pixies, What Makes You di Joe Lally, Change in the House of Flies dei Deftones. Scelta ardua e risultati poco soddisfacenti. In poche parole: mancanza di seduttività. Carmelina Casamassa

Capitan LoveEarth, Wind and Fire EP (Autoproduzione)

La metamorfosi. Il giocattolo, il disegno stilizzato su carta che si tramuta in un ragazzo in carne ed ossa. Pinocchio? Bogus? È solo l’inizio, quando allo stesso tempo c’è da occhieggiare alla disco senza risultare prettamente disco, ma scegliendo come principali punti di riferimento Madre Terra e Padre Tempo. Praticamente, nel caso di Capitan Love, al secolo Raniero Spinelli, un figlio dei fiori catapultato più di quarant’anni dopo Woodstock, fuori da “quella” rivoluzione, fuori da ogni ambientalismo. Circa tre anni dopo The Wasted Years of Capitan Love le quattro tracce di questo EP, Earth, Wind and Fire, paiono essere il giusto modo di illustrare questo continuo cambio di rotta. Se Earth Party rappresenta la cronaca di una bolgia dove espedienti beatlesiani entrano in sinergia con tiratissime code elettroniche, Singin’ in the Wind funge da momento “componibile”, dove ad un synth memore di certa dance e mai sopra le righe si inserisce la voglia di tendere le mani verso atmosfere pop orecchiabili e mano mano sempre più movimentate. Similmente fa il rock alieno di Today Never Knows, momento maggiormente psichedelico dell’album, con tanto di insolito solo di armonica blueseggiante, mentre la bucolica I Wish Upon a Star riprende il discorso affrontato con gli Anni sprecati, riconsegnando Spinelli alle sue origini, chitarra e voce. Certamente non una spina al fianco di un EP che si rivela essere un ulteriore segno di maturazione da parte del Capitano, che quando si tratta di stare sulla cresta dell’onda non si spreca in frizzi e lazzi e continua il suo viaggio a testa alta. Gustavo Tagliaferri

The Rust and The FurySee the Colors Through the Rain (Woodworm)

May the sun hit your eyes!” I The Rust and the Fury ritornano rinnovando l’augurio già presente nel loro disco d’esordio ed è con lo stesso spirito di speranza che c’introducono il loro nuovo lavoro, intitolato See the Colors Through the Rain. Disco meno giocherellone, dove Amanda è il pezzo che non ci si aspetta, mutevole e scatenato dopo il primo brano tranquillo e pacato, Me Here. Un folk western (The Seconds in Between) e una Coming Home to Stay che sa di Cranberries ma con un finale personale e coinvolgente. In qualche brano si cade troppo nella melodia radiofonica ma per fortuna sono presenti degli intrecci di chitarre che fanno la differenza. Una ricerca di soluzioni sonore variegate e influenzate dalla scena degli anni ’90, un approccio corale della voce (la presenza di Francesca Federici è maggiore) denota una certa crescita della band e una positività da regalare nonostante qualche brano malinconico. Forse domani pioverà ma… see the colors through the rain. Un invito a riflettere, forse. Carmelina Casamassa

OfeliaDormeThe Tale EP (Locomotiv)

Bologna. Ricollegandosi ad un passato non tanto remoto, un album come Bloodroot, rispetto al precedente All Harm Ends Here, aveva lasciato intuire che i quattro ragazzi che formano gli OfeliaDorme non avessero mai fatto venire meno la voglia di sviluppare un suono caratterizzato da una continua varietà di stili dominata da atmosfere eteree, di album in album. Una scelta che influisce molto per il presente, specie quando si tratta di ripartire in tre, in seguito all’abbandono di Gianluca Modica: non è tanto ricominciare da zero, quanto scegliere di fare dell’aspetto elettronico il proprio motore. Una spinta che fa da prerogativa alle tracce che danno luogo all’EP The Tale, e che diventa realtà già ascoltando una voce come quella di Francesca Bono, in continua evoluzione, resasi sempre più angelica e devota alla scuola 4AD come a quella di Bristol, se non anche a certi Morcheeba degli esordi. E come sono trip hop le vibrazioni di Fairy Tail, i beat cadenzati e synth acidi del singolo Pleasure fanno pensare a dei Cocteau Twins futuristici, mentre i respiri affannosi di Soft Spot fanno pensare ad un mood maggiormente intimo, se non ad un possibile, utopico, impatto con la dimensione da ballo, risultato di un brano come Blindfold. Il tutto senza mai risultare anacronistici, anzi, guadagnando ulteriore corposità in fatto di composizione musicale. Se questo è il modo di riadattare in chiave moderna Amore e psiche di Apuleio, allora, per gli OfeliaDorme, è più che gradito. Gustavo Tagliaferri

Polar for the Masses#UnaGiornataDiMerda (Tirreno)

Il nuovo disco dei Polar for the Masses si è rivelato come un colpo di fulmine, una folgorazione e con la stessa velocità si è spento. Il lampo è il singolo apri pista Quello che avevi, decisamente brillante e un ritornello che ben si stampa in testa. Atmosfere coinvolgenti e grande sound che farebbero credere di avere tra le mani una bomba pronta ad esplodere nel tuo stereo. Invece non è così. E #UnaGiornataDiMerda oltre al suono potente, ben definito e interpretato ottimamente, lascia pochi altri spunti se non quello di uno svogliato sottofondo dove tutto appare poco incisivo, con troppe poche variazioni sul tema e risulta essere fine a se stesso. È un controsenso ma questo lavoro appare debole e scontato e sembra volerlo mascherare con un sound enorme che però non regge e tutto implode. Tutto corre a mille, va dritto e diretto ma non si capisce dove e senza coinvolgere nessuno nella sua corsa. Daniele Bertozzi

Confusional QuartetPlay Demetrio Stratos (Expanded)

Se c’è una grandezza che è sempre stata indiscutibile, di sicuro risponde al nome di Demetrio Stratos. Le sue ricerche vocali, la sua duttilità e versatilità, il suo ruolo di primo piano negli Area sono solo alcuni dei segni di una determinazione, la sua, che ha rivoluzionato il concetto non solo del progressive, ma anche della musica in sé, in Italia. La missione di dare ulteriore lustro a tale arte servendosi delle sue ultime registrazioni pareva impossibile, di primo acchito. Ma non una volta constatato che, nel bolognese, i diretti interessati sono i Confusional Quartet, tutt’ora tra gli esponenti di maggiore rilievo di quella corrente aliena in fatto di sonorità di ispirazione wave. Difatti, quanto compiuto con Play Demetrio Stratos è un autentico miracolo, consistente in una fusione tra lo stile à la Confusional e le caratteristiche che formano l’identità di Demetrio: un incrocio spazio-temporale dove musicare il canto (una Cometa rossa incalzante e possente) e la parola (una Manifest’O il cui titolo non è affatto casuale), le diplofonie e le triplofonie (Alessandria, Against, il fischiettìo electro-funk di Der Pasolini, il mantra di Ui), l’onomatopea (gli accenni tribalistici di Sembra) e la mimica (il crescendo di stampo prog di Mr. Troja) è un graduale passo per l’attuamento di quella fantapolitica già espressa in Maledetti (Maudits), specialmente nella seconda parte dell’opera, dalle atmosfere maggiormente allucinate, grazie al potpourri fuzz-cosmico di Fazzarazza, il rock di CCTV e soprattutto St. Maria di Ouch!, la cadenzata Molto poko ed una Disco d’oro ubriaca e soffusa. Là dove l’International POPular Group non è presente, i Confusional Quartet, noncuranti di qualsivoglia limiti, non deludono le aspettative, e nell’atto di suonare una voce che già di per sé era vivida espressione di suono confezionano un lavoro dal fascino strabordante, da non perdere assolutamente. Gustavo Tagliaferri

TraumErode (Autoproduzione)

I Traum (“Sognare” in lingua tedesca) nutrono un grandissimo fascino per quello che ormai è morto e superato. Una prima idea di ciò trasuda dalla copertina dell’album, raffigurante tre spade di pietra monolitiche disperse nel profondo cielo dalle tonalità desertiche. Viene donato grande spazio è donato ai suoni romantici degli arpeggi e ai riff mastodontici dal gusto metal, mentre la voce viene totalmente risparmiata. La rappresentazione degli scenari legati al Re Erode o alla Dea Ecate è affidata puramente agli strumenti. Il gruppo italo/irlandese, nato a Bologna, non ci dice nulla di estremamente innovativo: il suo post-rock (o post-metal?) seppur fedele in alcuni aspetti alla classicità del genere, presenta linee di chitarra che si pongono nell’intreccio armonico in maniera anomala e frequentemente deragliano in atmosfere psichedeliche. Quindi, tutto sommato, questo disco è consigliato anche ai non amanti del genere, soprattutto grazie alle frequenti incursioni progressive come in Oceano anticoDa ricordare inoltre che il disco è stato mixato e masterizzato da una personalità di primo piano nel panorama alternativo italiano, cioè da Nicola Manzan (Bologna Violenta). Abbiamo un altro buon motivo per fantasticare. Lorenzo Landriscina

MezzafemminaUn giorno da leone (Controrecords)

Adattarsi allo scorrere della realtà circostante ed allo stesso tempo esserne pecora nera. Un paradosso che, evidentemente, può corrispondere al vero, e nel caso del torinese Gianluca Conte un album come Storie a bassa audience aveva dimostrato come ciò fosse possibile. Mezzafemmina, questo il suo pseudonimo, come ulteriori esponenti non tanto blasonati della moderna corrente d’autore non è come gli altri, ma si serve della varietà, della necessità di non rimanere arenati su un unico stilema, come ottica attraverso cui scrivere canzoni godibilissime, mai sottotono. Un giorno da leone, sua seconda fatica in studio, con la produzione di Giorgio Baldi, è un urlo della propria condizione di essere umano che tocca il conformismo e la presunzione, temi cardine che partono da una 364 giorni di oblio dal sapore rock e continuano con la confessione per mellotron di Silvia, credimi, pesca tra le proprie radici andando dalla tradizionale Piett’ tonna alla sghemba Suffragio universale, si immerge nel sociale senza risultare stereotipato, dalla folkeggiante ballata di protesta Mammasantissima allo stravolgimento dell’inno nazionale di L’Italia non è, si spertica in dichiarazioni d’amore come La collezione di vizi e Da quando ci sei tu e non disdegna il contatto con la realtà di strada, fatto di incessanti sferzate elettroniche da una parte (Le verità banali) e mentalità hip hop dall’altra (il duetto con Chef Ragoo de Il giorno dopo). Una prova di coraggio attraverso cui Mezzafemmina, in quanto voce fuori dal coro, non manca il bersaglio. E Un giorno da leone, in fin dei conti, lo possono vivere tutti. Per di più con la più che giusta colonna sonora. Gustavo Tagliaferri

Io?DramaNon resta che perdersi (Autoproduzione)

Cos’è un linguaggio di massa al giorno d’oggi? Una questione ardua sulla quale discutere, visto il panorama dell’ultimo periodo, brulicante di pseudo-cantori ed interpreti privi di anima, verve e soprattutto di una benchè minima voglia di distinguersi e di concepire un linguaggio proprio. Fortunatamente gli Io?Drama, per quel che riguarda tale linguaggio, hanno sempre rappresentato un felice caso a parte, fatto di un’accezione lontana dall’abuso di metodologie cervellotiche ed al contempo un livello qualitativo sempre alto. Lo chiamano pop contaminato, ed è proprio in questo terzo album in studio, Non resta che perdersi, che vede non solo la conferma, quanto un’autentica maturazione, riscontrabile sia nella voce di Fabrizio Pollio, ora calma, ora squillante, ora rabbiosa, mai priva di tono, e soprattutto nella versatilità del violino di Vito Gatto, uno dei punti di forza del lotto. Un pop che dalla sua concezione classica (Uno alla volta, vagamente Killers, l’intensa Risveglio) tocca una certa maestosità nel corso di Babele e Vergani Marelli 1, rifacendosi persino a Vanessa Mae nella prova dello stesso Gatto di A piedi scalzi, ma non disdegna sferzate rock, come la shakespeariana Mi dimentico mi assolvo, la cadenzata title track e gli impulsi elettronici di Il sasso e lo stivale, e soprattutto affascinanti e trascinanti esperimenti come Grooviera, con il suo attacco zeppeliniano, e la conclusiva Chiedilo alla cenere, il senso della perdizione espresso attraverso un disperato crescendo. Un meltin’ pot immediato, ma indubbiamente di rilievo, rispetto ad ulteriori proposte presenti sia nell’ambiente mainstream che in più di qualche nome “indie” reduce da un recente boom. Io?Drama? Promossi, senza se e senza ma. Gustavo Tagliaferri

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My two cents#24

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In questo numero: The Softone, Last Minute to Jaffna, es, Verily So, TwoMonkeys, News for Lulu, Quasiviri, Torakiki, Progetto Panico, Foxhound.

The SoftoneTears of Lava EP (Cabezon)

Le riuscitissime intenzioni di un disco come “Horizon Tales“, a metà tra sonorità d’autore, folk e country, con tanto di alcune parentesi di caratura maggiormente sperimentale, avevano già dato un’idea dell’innato talento che caratterizza un musicista come Giovanni Vicinanza, attivo dallo scorso decennio e da qualche anno entrato nella scuderia Cabezon. Sorprende, pertanto, un anno dopo la sua uscita, avere a che fare con un EP come questo “Tears of Lava“. In primis perché, a differenza di Ray of Light, unico momento riconducibile a quanto precedentemente proposto da Vicinanza, ad entrare principalmente in gioco è un accattivante southern-rock visto attraverso molteplici sfaccettature: dal crescendo di Walk Away alla preponderanza di riff violenti e vibrazioni elettriche memori di una città fantasma tanto passata quanto presente che anima Son of a Gun, con un occhio volto verso espedienti elettronici altrettanto funzionanti, come nel caso di Right or wrong. Non da meno il rafforzamento del lato blues della propria anima, quello di Somewhere over, fumosa, quasi assassina, con tanto di sassofono introduttivo vagamente jazzy, e l’accenno spiritual della breve e strumentale Untitled #1. Per essere un cambio di programma, quello di The Softone, non può che lasciar presagire tante prospettive per il suo futuro. Per ora le lacrime che fuoriescono non possono che essere tanto focose quanto rinvigorenti, come le sue canzoni. Gustavo Tagliaferri

Last Minute to JaffnaVolume III (Bare Teeth)

Un concerto a supporto di Scott Kelly (Neurosis) è stato usato dai Last Minute to Jaffna come banco di prova per testare alcuni brani del loro repertorio in chiave acustica. Sì, avete capito bene: in chiave acustica. Con risultati molto interessanti. I torinesi sono una delle punte del (dopo)metal italiano, “Volume III” (il “II” arriverà a breve) ci mostra quanto la band, nel suo continuo cambio di pelle, risulti sempre interessante, mai banale. Cinque chapter, tre già editi nell’esordio (V, XI e VI da “Volume I”), due inediti (XIII e XXV, presumibilmente del prossimo lavoro “ufficiale”): i primi perfino migliori degli originali, i secondi molto interessanti; un pezzo come XIII è un piccolo gioiello di arrangiamento dal sapore Earth, con il flicorno di Stefano Casanova che disegna dettagli post-apocalittici, da deserto di “Fallout”. Viene da pensare che se il loro esordio fosse uscito così, si sarebbe gridato al capolavoro. Come gli Isis alle prese con MTV Unplugged. Atmosfera acustica sì, ma con nell’aria esalazioni di zolfo. Con queste aspettative non vediamo l’ora di ascoltare il secondo volume. Marco Gargiulo

esSottile è il cuore entusiasta EP (Dischi Soviet Studio)

L’amore. Che cos’è? Come lo si può affrontare? È possibile parlarne senza cadere nei soliti clichè? Interrogativi decisivi per un’avventura nuova come quella degli es, tale da far sì che il punto di vista discografico e quello musicale vadano di pari passo. Addio Fosbury Records, benvenuta Soviet Studio. La poliedricità di un disco come “Tutti contro tutti portiere volante” è stata il fanalino di coda di un periodo variopinto, in cui le proprie molteplici influenze hanno finito per dare vita a lavori rispettabilissimi. E così “Sottile è il cuore entusiasta”, primo di due EP annuali, nel giro di tre tracce inaugura un’interessante sfida, fatta di canzoni che non siano d’amore, ma che ruotino intorno ad esso, senza per questo abbandonare quella varietà di suoni di cui sopra. C’è il pop malinconico di Pomeriggi difettosi, dove le voci di Alessandro “ALes” Mattiuzzo e Tina risultano ancora più coinvolgenti una volta che l’arrangiamento si fa più tirato, ci sono le memorie di Amori censurati, imbevute di vibrazioni rock ed echi di certi Baustelle degli esordi, ma soprattutto il retrogusto francese di Terapia di malinconia, con tanto di atmosfere disco non tanto lontane dagli ultimi Perturbazione, brano che illustra con altrettanta chiarezza le intenzioni della band. Che, aspettando il secondo capitolo, per quanto siano più calme sono pur sempre quelle di ragazzi che sanno quello che stanno facendo, e non deludono. Gustavo Tagliaferri

Verily SoIslands (V4V/Waves for the Masses)

È un viaggio. Un bel viaggio in posti malinconici quanto magici. Vivi e respiri tante emozioni ma lo stato d’animo ha sempre un velo di tristezza. “Islands” è così, un viaggio di otto brani che inizia con To Be Hold, trasognante ma subito incalzata dalla batteria. Emergono da un disco interamente degno di nota Never Come Back, intensa e disperata, prossima ad aprirsi ad una conclusione quasi dance; Ode to the Night, il pezzo più movimentato, e la conclusiva Islands con il suo andamento portato avanti e pronto a esplodere con una bellissima chitarra. Certo, c’è il post-rock e tutto lo shoegaze che si vuole, ma il tocco in più è quel poco di folk che non ti aspetti e che non lasceresti più. Daniele Bertozzi

TwoMonkeysPsychobabe (Kandinsky)

È possibile inquadrare l’evoluzione della specie in un’ottica differente da quella legata al mero campo dell’antropologia? Probabilmente sì, e un tentativo andrebbe fatto proprio con coloro di cui si è supposta più volte la discendenza: le scimmie. TwoMonkeys, giustappunto. L’universo che caratterizza i fratelli Bornati finisce per essere senza tempo, facendo da conciliazione tra passato e presente il cui ponte risulta riscontrabile nella produzione di un professionista dei giorni nostri quale il chitarrista Alessandro “Asso” Stefana (Guano Padano, Vinicio Capossela, Mike Patton). Con simili premesse, in un disco come “Psychobabe” di base viene alla luce tanto lo spirito post-punk, embrionale nell’interstellare MarshMallows e maturo nella frenesia di drum-machine di FuckFolk, quanto no wave, come nella cupezza di RefraiN, ma desta un certo fascino anche l’evoluzione delle influenze kraut, colme di sfumature rock in MoreSpace ed imbevute nel lounge in quella stessa Moon che anticipa un blues la cui ubicazione più consona è situata nei lamenti infantili di Cry; oppure il girotondo di Psycho, una SheKnows che coinvolge house, electro e tinte progressive, l’afro-dance onirica e ludica di CrazyDrive, il pesto hip-hop di MeloDrama, che coinvolge un flow faithlessiano e un refrain simil-gospel, se non addirittura il Bristol sound tanto caro a Massive Attack e Tricky, come nel caso di SacriFace, con tanto di refrain souleggiante e conclusiva jam daftpunkiana. Tutto, mai un elemento di troppo. Un coacervo di suoni che non finiscono mai per rincorrersi senza uno scopo preciso, anzi, che permettono al minestrone risultante di essere molto gustoso e ai TwoMonkeys di rivelarsi una realtà da non perdere affatto d’occhio. Gustavo Tagliaferri

News for LuluCircles (Urtovox)

È un lavoro onesto, sentito, realizzato dal profondo del cuore. Legato alle proprie influenze ma lontano dal “voglio/devo  apparire come…”, “Circles” è un album semplicemente bello, dove ci puoi trovare un po’ di tutto: dai Fleetwood Mac a Paul Weller, passando per quel rock dalle atmosfere sognanti tipico degli anni ’70. Un disco che trasmette appieno la passione e il grande trasporto con cui sono nati, scritti e registrati i dodici brani del terzo disco della formazione pavese. Tra i migliori episodi sicuramente Spring Burns, capace di racchiudere nei suoi tre minuti tutta l’essenza della band. E se Rain regala un finale di piano intenso, pezzi come Oh No sono impreziositi da chitarre e basso alla Eagles. È difficile trovare nel panorama indipendente una band con un progetto tanto ambizioso quanto al di sopra delle mode come questa e “Circles” è pronto ad accompagnare l’ascoltatore in un viaggio verso un caldo tramonto estivo. Daniele Bertozzi

QuasiviriSuper Human (Bloody Sound Fucktory/Fallo/HysM?/Megaplomb/Morte/To Lose La Track/Wallace)

È possibile raggiungere la pace dei sensi servendosi di tecniche non esclusivamente riconducibili all’attività mentale? Evidentemente Chet Martino, già con i Ronin, deve avere le idee ben chiare, se sceglie di dare una risposta con l’ausilio di Roberto Rizzo (R.U.N.I.) e André Arraiz-Rivas. I Quasiviri, per l’appunto, come se, al loro suono, le sinapsi, nel loro frenetico movimento, arrivassero ad un punto tale da costituire l’equilibrio. Psicologia, più che filosofia, esercitata con una sinfonia di synth assassini e danzerecci e tale da culminare, dopo l’EP “Freak of Nature“, in “Super Human“, terza fatica in studio dei ragazzi. C’è lo space-rock, che pian piano emerge nell’apertura di Sound Is Now, aqccompagnato dagli accenni industrial che sconfinano in marce electro-math di The Perennial Pose, le divagazioni funk di Smudge Life o gli umori aggressivi di stampo garage di Seasons of Love. Ma, alla base di tutto, spicca una componente progressive rock che, rispetto a “Freak of Nature”, subisce un processo di sedimentazione che trova la sua conferma in composizioni come Thoughts Vs Feelings, che rimanda a certi King Crimson, oppure Gravidance, dei Genesis elettrificati prossimi ad autentiche galoppate, se non addirittura il filo conduttore che lega la strabordante psichedelia di These Wining Dogs e Final Prayer e il cervellotico mix tra la title track e la cadenzata, quasi funerea Sweet Deconstruction. Tutte tappe di un cammino, quello dei Quasiviri, dove la via seguita si intona più che bene al risultato generale, mai sottotono e destinato a dare dipendenza. Disco ineccepibile, superuomo compiuto. Gustavo Tagliaferri

TorakikiMondial Frigor (Autoproduzione)

Per una volta è meglio non usare le parole “indie” ed “elettro-wave” o altri sinonimi, perché oggi si va oltre. Siamo oltre i soliti clichè e le solite frasi fatte. L’esordio dei Torakiki si compone di tre tracce in bilico tra una sfrenata nottata passata a ballare e sorprendenti divagazioni sonore. L’inizio ha senza dubbio un’attitudine danzereccia, ma Dorothy non è solo cassa in quarti che picchia e bassi pompati, ha un qualcosa di epico sempre sul punto di esplodere ma che alla fine svanisce lasciando spazio al viaggio psichedelico di Tree Moon, dove spariscono i bassi e si abbassano i ritmi per un inverso di suoni e mondi infiniti. Il basso e i synth più acuti si mescolano insieme fondendo incidere e profondità. La conclusiva Pink Head ha sfumature orientaleggianti e finezze che ne fanno un pezzo di grande classe. Degno di nota il bridge nella parte centrale, un apparente sgretolamento prossimo ad una ripartenza che si porta avanti fino alla fine. Solo tre tracce, ma tali da racchiudere tutto quello che è il mondo del terzetto bolognese, un mondo sintetico e colorato in continua evoluzione pronto a proiettarsi ovunque. Daniele Bertozzi

Progetto PanicoVivere stanca (Tirreno/Superdoggy)

Lo scazzo, la momentanea evasione dalla realtà, un apparente spegnimento di neuroni, un sentimento beffardo, situazioni tragicomiche. Spaccati di vita che
tanto hanno fatto quanto possono tutt’ora essere ideali punti cardine di un full length, e i tre ragazzi che compongono il Progetto Panico, con la produzione artistica di Karim Qqru (Zen Circus) e Mattia Cominotto (Meganoidi), non fanno eccezione. Alla base di “Vivere stanca“, loro seconda fatica in studio, vi è un punk-rock il cui impatto è immediato, sia quando si tratta di dare vita a brani di matrice emo che fungono da traino (E allora godi, Anni ’90) che nel momento in cui, tra i propri riferimenti, si passa dalle parti dei CCCP Fedeli alla linea (in primis la meta-citazione di Questione di quanti, con qualche lieve richiamo skiantosiano, ma anche la demenziale frenesia di Luigi), se non addirittura i Dead Kennedys (La mia amica). Si strizza l’occhio anche a melodie pop (la festaiola Assenza e limite), fino ad arrivare all’oscuro boogie’n roll che traccia la vita del proprio fido gatto, tale Frankie Monocchio, parte di un groove, da parte della sezione ritmica, che si rivela funzionante e dà ulteriore brio al risultato generale, come dimostrato anche dal recupero di Oh mamma, dal precedente “Maciste in paranoia“. Non sembra un caso il fatto che sia proprio il disincanto della title track, voce, chitarra e distorsioni lo-fi, a fungere da fanalino di coda. E altrettanto il fatto che un disco simile non sia mero oggetto di intrattenimento, ma anche di divertimento, pur nella sua brevità, e soprattutto non scada in certa banalità d’oggigiorno. Dei bravi ragazzi. Gustavo Tagliaferri

FoxhoundIn Primavera (Autoproduzione)

L’indie-rock odierno, specialmente oltreoceano, ha un difetto da non poco conto: quello di risultare, dopo i primi due lavori della band di turno, prossimo a finire nel dimenticatoio, se non ci si munisce di idee tali da rendere la propria proposta un po’ più allettante. Fortunatamente da quelle parti come nello stivale esistono diversi casi in cui non manca affatto il coraggio di sperimentare, di dare luogo ad un suono diverso dal solito. Prendendo in ballo Torino, città da sempre fulcro di molte realtà passate e presenti, i quattro ragazzi che costituiscono il fulcro dei Foxhound finiscono per rappresentare un esempio lapalissiano. Un album come “In Primavera“, loro seconda opera in studio, testimonia come questi non si accontentino di stilemi basilari, prediligendo maggiormente fusioni e sinergie, e ipotetici accostamenti con gruppi quali Franz Ferdinand vengono smentiti con l’incedere di un brano come Out, mosso da linee di basso incalzanti e fatati arpeggi di chitarra. Delle danze che continuano con il singolo Erase Me, intriso di sonorità disco 70’s, o il rock-steady dubbeggiante, leggermente clashiano, di I Just Don’t Mind che trova il giusto equilibrio con I Don’t Want to Run Today, di stampo reggae, ma anche il pop di Summer Yeast e la destrutturata Stars (Anytime You Want To), vero e proprio momento alieno del disco, non sono da sottovalutare, fino al melting pot tanto pacato quanto lievemente collerico di My Life Is So Cool. Se a tutto ciò si aggiunge il breve ma intenso stacco per archi (in mano a Davide Rossi) di Gasulì il risultato è chiarissimo: quella dei Foxhound è una proposta le cui intenzioni risultato portate pientamente a fine, ed è destinata a durare molto più di quanto si pensi. Gustavo Tagliaferri

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My two cents#23

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In questo numero: OvO, Maria Antonietta, King of the Opera, Nicolas J. Roncea, L’officina della camomilla, Rumori dal fondo, JoyCut, Saluti da Saturno, Fargas, VeiveCura.

OvOAverno/Oblio (CORPOC)

La caduta nell'”Abisso” è servita a rompere nuovamente le acque per quello che si è sempre rivelato come un percorso mai monocorde, caratterizzato da innovazioni e cambiamenti portati a compimento disco dopo disco e tali da portare al raggiungimento di una dimensione tanto spaventosa quanto avvincente. Ma cosa può succedere quando, in casa OvO, rimangono fuori, come già successo con quel “Festivalbug” molto caro ai Bachi da pietra, alcuni frammenti di questo processo? La mano di CORPOC è inconfondibile per due nomi come Bruno Dorella e Stefania “?Alos” Pedretti, da sempre cuore e cervello del progetto, nuovamente sostenuti dal contributo di Riccardo “Rico” Gamondi, e la dicotomia tra Averno ed Oblio è tale da costituire l’ideale fiammifero da accendere una volta giunti in procinto di attraversare dei sotterranei altrettanto lugubri, dove mentre la prima riporta alla luce, specialmente nella performance di ?Alos, le atmosfere da casa degli orrori in cui ha avuto luogo l’esperienza di “Cor Cordium” (chi ha detto Catacombecatombe?), la seconda risulta essere maggiormente cadenzata e di estrazione doom, accentuata da una parentesi sludge dove spicca il forsennato, luciferino ed ineccepibile drumming di Dorella, facente da clou di una via di fuga riuscita e dove a rimanere non sono i graffi, ma quelle sensazioni che hanno sempre caratterizzato i postumi di un’esperienza condivisa con il duo in questione. Per delle outtake che finiscono immediatamente tra le loro composioni di maggiore intensità. Gustavo Tagliaferri

Maria AntoniettaSassi (La Tempesta)

La pesarese a cui, già con l’album di debutto, era stato conferito l’appellativo di “pasionaria” (un tantino eccessivo) si è tolta gli occhiali da sole e ha lasciato i suoi Martini e aspirine, per guardare in faccia una realtà meno punk, meno garage e più cantautorale. Punk-rock e cattolicesimo. Per il nuovo disco, Maria Antonietta si è ispirata al libro dell’Ecclesiaste e non è neanche la prima volta che fa riferimento alla religione. Due anni dopo Letizia Cesarini torna meno fragile, sempre diretta, meno adolescenziale e più serena. Un disco dal sound minimale, testi autoreferenziali e semplici, un inno alle ragazze e alla fiducia in se stesse (Ossa); il resto dei temi sono gli stessi del disco precedente ma trattati con delicatezza e un’attenzione maggiore. A qualcuno potrebbe risultare sottotono rispetto al precedente, ma Sassi è da elogiare in quanto più maturo, con arrangiamenti migliori e nuove soluzioni sonore: dal punk alla ballata elettrica, dagli arpeggi di chitarra acustica ai silenzi accompagnati da rintocchi di piano. Cambiamenti positivi. “Ma naturalmente per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla.” (Pier Paolo Pasolini) Carmelina Casamassa

King of the OperaDriftwood EP (La famosa etichetta Trovarobato)

È stato un segno del destino quello che ha portato Alberto Mariotti, con la morte di Samuel Katarro e l’uscita di “Nothing Outstanding“, ad un’evoluzione in cui il richiamo tra nuova anima e nuova pelle ha finito per consistere in primis nell’incontro tra un songwriting di stampo pop e folk e certa psichedelia di stampo 70’s. Un ideale inizio per l’identità che prende il nome di King of the Opera, ma a sua volta tale da costituirne solo una parte. Perché avere a che fare con “Driftwood” significa imbattersi in un autentico cambio di programma, un’esperienza riassumibile non tanto in un EP, quanto in una suite, un’avventura dove il feeling di ispirazione cosmica già respirato in parte nel repertorio passato è presente in misura maggiore, in sintonia con le atmosfere rarefatte, intricate, sommesse ed affascinanti che caratterizzano i suo tre momenti, che vanno dai Pink Floyd a metà tra la fase barrettiana e i primi vagiti gilmouriani ed arrivano ai King Crimson di “Islands”, ma anche della triade di inizio carriera. La sommessa e silenziosa Colours and Lights, un mare lontano le cui onde lambiscono il progressive andante di I Remember Something, fino alle lievi note di pianoforte di Counting Shadows, che introducono un crescendo dilatato, sempre più intenso, tipico di certi Mercury Rev, un ritorno al presente a cui non può seguire altro che il silenzio, dopo circa venti minuti. Viene da pensare che se “Driftwood” dovesse mai diventare un’ipotetica colonna sonora per qualche cortometraggio onirico, sarebbe il contesto più consono all’interno del quale inserirsi. Oltre ad essere, chiaramente, la grande conferma di come l’evoluzione di Mariotti si dimostri più produttiva che mai. Gustavo Tagliaferri

Nicolas J. RonceaEight (Waves for the Masses )

Nell’epoca in cui spadroneggiano elettronica, computer e qualsiasi altro rinnovato della tecnologia c’è ancora qualcuno a cui basta una chitarra acustica per fare musica. Una musica semplice, calda e viscerale che sa emozionare proprio grazie alla sua immediatezza. Dopo l’apprezzato “Old Toys” torna Nicolas J. Roncea con un lavoro che ancora una volta sorprende. Otto brani totalmente acustici, con chitarra, cuore e voce che arrivano dritti nel profondo. Emergono Sand in My Eyes, capace di colpire già al primo ascolto; He’s Wrong, disperata quanto coinvolgente, è il brano che potrebbe riassumere tutto il disco. Nel finale invece December assume toni più delicati e introspettivi, con la conclusiva Animals Were si chiude lasciando sospesi e senza fiato. Un disco vero. Daniele Bertozzi

L’officina della camomillaSquatter EP (Garrincha)

Si è discusso molte volte della Garrincha Dischi, dei suoi pregi e dei suoi difetti, di quelli che possono essere considerati i suoi fiori all’occhiello, di coloro che contrariamente hanno finito per diventare le loro pecore nere e di come questi ultimi due fattori in più occasioni abbiano finito per non essere proprio combacianti, in relazione alla spinosa questione del successo di massa, se non addirittura estendendo il tutto oltre l’aspetto musicale. Purtroppo ascoltare L’officina della camomilla ed in particolare questo nuovo EP, “Squatter“, è un’ulteriore prova a favore della tesi di cui sopra. Saranno le conseguenze del passare del tempo, sarà che ripetere quasi all’eccesso determinate formule, contrariamente alla loro effettiva durata, è tutt’altro che producente, sarà che il cantato di Francesco De Leo necessiterebbe di qualche marcia in più per non risultare quasi sempre asettico, da canzone a canzone, ma il progetto, per quanto si sforzi, non riesce (più?) a decollare e i vari approcci tentati finiscono spesso per fare acqua, sia che riguardino il jangle-pop che ha sempre fatto da marchio di fabbrica dei ragazzi (Gommaragno, la nuova versione di Città mostro di vestiti), che quando si strizza l’occhio al rock (la title track) o ad una simil-dance istantanea ed isterica (Bambini che fumano). È presente qualche buona intuizione, soprattutto nel felice e dilatato arrangiamento della conclusiva Le foglie sui miei vestiti sono il sangue del parco, un’eccezione alla regola rispetto al lotto generale, ma L’officina della camomilla ne ha comunque di strada da fare per poter diventare un gruppo davvero degno di nota. Rimandati a settembre. Gustavo Tagliaferri

Rumori dal fondoAmanti e reduci (Autoproduzione)

Un delicato e caldo soffio di sonorità pop si diffonde nell’aria, grande eleganza e tanta passione contraddistingue “Amanti e reduci“, ultimo lavoro del milanese Rumori dal fondo (al secolo Massimiliano Galli). La voce calda e pulita di Massimiliano Galli si intreccia splendidamente con gli arrangiamenti delle chitarre e della sezione ritmica per dare vita a dieci tracce davvero gradevoli, che devono tanto al pop italiano degli anni ’90 ma che vantano una maturità compositiva sopra la media, dove la collaborazione di Giuliano Dottori (Amor Fou) e Lele Battista (ex La Sintesi) non fa altro che accentuarne l’essenza. In un lavoro di pregevole fattura emergono Rivestirai l’inverno, forse la migliore traccia dell’intero disco, con un ritornello che cresce e convince sempre di più ad ogni ascolto, mentre Amanti e reduci è impreziosita da una coda strumentale di tutto rispetto. Se questi sono i rumori che arrivano dal fondo è il caso di tendere le orecchie al terreno come gli indiani. Daniele Bertozzi

JoyCutPiecesOfUsWereLeftOnTheGround (Irma)

Disgregazione, dissoluzione, abbattimento delle barriere. Un perenne raccoglimento dei pezzi effettuato con l’intenzione di dare il via ad un nuovo ciclo, un’evoluzione del proprio modo d’essere, forse il salto di qualità definitivo. E per di più praticarlo, malgrado le origini potentine, a Bologna. Il segreto di “PiecesOfUsWereLeftOnTheGround“, e di conseguenza l’evoluzione dei JoyCut, è situato in tutto ciò, nel passaggio dalla new wave ad un melting pot di influenze tale da sconfinare in un concept album dove tre macro-suites la fanno da padrona. C’è Berlino, Londra, persino l’Africa, solo per citare parte del bagaglio culturale di cui si servono i ragazzi per dare luogo a quindici momenti dove si amalgamano suoni caldi, vibranti ed eterei (Wireless, Drive), momenti situati a metà tra techno ed ambient (Dominio), post- rock dall’incedere quasi tribale (DarkStar, PiecesOfUs), Boleri raveliani ipotizzati in chiave EBM-drum’n’bass (1-D), colloqui tra Aphex Twin ed Autechre atti a dare luogo ad un rock dove emergono tendenze uplifting (ChildrenInLove), se non addirittura balearic trance (Neverland), mentre una voce, quella del deus ex machina Pasquale Pezzillo, ridotta all’osso, ma altrettanto efficace quando presente, come nella tromba che accompagna le atmosfere sospese di Funeral, una Save maggiormente vicina al post-rock inteso al giorno d’oggi e il soliloquio robotico di KidsKidsKids, un’HideAndSeek imogenheapiana maggiormente sognante. Questi sono i JoyCut, questo è un album che va fuori dai soliti schemi, questo è un viaggio da non lasciarsi sfuggire, da intraprendere dall’inizio alla fine. Gustavo Tagliaferri

Saluti da SaturnoShaloma locomotiva (Labotron)

Un disco di cover (più un inedito): da Endrigo a Battisti, da Casadei a Paoli. Una locomotiva percorre i binari del passato e li connette ai binari del presente. Un racconto che fa tenerezza, che rimanda a tanti momenti felici Mirco Mariani avrà vissuto e che, con questo lavoro, tende a cristallizzare per mantenerli intatti. Nonostante l’età possa essere diversa tra l’artista e l’ascoltatore, potrebbe accadere di ritrovarsi comunque a rivivere bei momenti di un tempo. Radici romagnole della band, balere che risuonano, aneddoti dell’infanzia spolverati e calore famigliare. Nei dischi di Saluti da Saturno e in queste cover è presente una componente che ormai li rende riconoscibili e li contraddistingue: l’utilizzo dei “soliti” (per Mariani) strumenti insoliti (per la composizione contemporanea) che arricchiscono il tutto con atmosfere vintage. “Shaloma locomotiva” porta indietro nel tempo e tra i ricordi ed è quindi, un bel disco di cover che ha senso di esistere. Carmelina Casamassa

FargasGalera (Snowdonia/Private Stanze)

L’esistenza dei felici casi a parte nella corrente d’autore moderna nostrana spesso va salutata come un’adeguata forma di rivincita verso il rischio di cadere nel già sentito, morbo che sembra diffondersi a macchia d’olio tra diversi di quelli che sono diventati i suoi principali esponenti. Dalle parti di Modena è sempre più evidente come Luca Spaggiari, in arte Fargas, sia uno di questi, un cane sciolto che, una volta entrato in casa Snowdonia, ha dimostrato con “In balia di un dio principiante” di concepire un’autentica perla di stampo pop. Pertanto girare per le sue Private Stanze e ritrovarsi, con fare bucolico, in quella che oggi è una “Galera” è il passo più giusto da fare per continuare una trilogia iniziata con quanto sopra, dove la prima cosa che emerge è una lezione di base degli anni ’70 che assume una minore rilevanza, favorendo lo sviluppo di un moderno Luca Carboni che, tolta la title track e i suoi velati richiami all’Antonello Venditti prima maniera, sceglie di avvicinarsi a Flavio Giurato (Pubblica nudità, presente sia in una versione rock-blues che in una demo stilisticamente vicina al precedente repertorio, condivisa con l’amico Matteo Toni e favorita da un’armonica di stampo dylaniano ed un lavoro di slide non meno funzionante) tanto quanto l’artista bolognese aveva scelto di fare suo Claudio Lolli. Proseguire per le impennate floydiane della malinconica e cadenzata Stelle rotte e il rock di una dichiarazione d’amore arrabbiata come Tu qui e della pacata Mentre io entravo nelle tue ossa, fino ad arrivare a Mille nodi, ninna nanna per piano Rhodes cantata con la voce angelica di Francesca Bono degli OfeliaDorme, mentre scorre una tromba dal fare decadente la cui Apertura segna la dicotomia con le sole note di pianoforte dell’iniziale Chiusura, dà l’idea di come Spaggiari dimostri di fare suoi determinati stili senza risultare certamente un clone di questi, anzi, riuscendo pienamente nell’intento. A voler azzardare, uno degli album dell’anno. Gustavo Tagliaferri

VeiveCuraGoodmorning Utopia (La Vigna)

Dopo “Sic Volvere Parcas” e “Tutto è vanità”, “Goodmorning Utopia“: la trilogia è al completo. VeiveCura è un progetto che, fin da subito, è stato in grado di affascinare critica e pubblico, e non smette di farlo neanche con quest’ultimo lavoro, dove utopia e realtà si rincorrono in un mondo fatto di visioni e toni solari che sprigionano bellezza e incanto. Le atmosfere malinconiche del primo EP incontrano l’orchestralità del primo disco e ne vengono fuori suoni liquidi, guidati da un pianoforte leggiadro ed elegante, che vanno dall’ambient al post-rock, dall’elettronica alle sfumature pop. Le poche parole di Davide Iacono sono sussurri di un cantato rarefatto alla Bon Iver e non possono che contribuire a fare di questo un disco curato e brillante che riuscirebbe a far viaggiare chiunque. Meritano un ascolto particolare Ad astra, Nei tuoi occhi di legno e Utopia Pt. I-III (Baggio), in cui un assolo di sax rievoca gli anni ’80-’90 e rende tutto più energico e lunatico. La vita di questo disco cola dalle disfatte e dai sogni ad occhi aperti, da una bellezza suprema ma inafferrabile, lasciando due note a margine (la presa di coscienza e la voglia di riscatto) ed un solo finale: “Goodnight Utopia”. Carmelina Casamassa

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My two cents#22

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In questo numero: 3 Fingers Guitar, Moongoose, Gazebo Penguis/Johnny Mox, Il Triangolo, The Niro, Delay Lama, Levante, Dead Man Watching, Kyle, Kill Your Boyfriend.

3 Fingers GuitarRinuncia all’eredità (Neverlab/DreaminGorilla/Snowdonia/Rude)

Cantautorato e post-punk, con relative ramificazioni. Correnti solo apparentemente inconciliabili, eppure, quando si vuole, tali da incrociarsi e dar luogo a qualcosa di proprio. Simone Perna, mente principale di 3 Fingers Guitar, è uno di quelli che hanno capito bene il tutto, anche quando c’è da trattare a modo proprio il rapporto tra padre e figlio. “Rinuncia all’eredità“, appunto. Una regola a cui l’artista tiene fede già dall’Ingresso con cui si apre l’album, composizione che potrebbe essere l’ideale incontro tra art, math-rock e no wave, in una metamorfosi tra lo spoken word di Perna ed una sezione ritmica frenetica e caratterizzata da accenni di stampo tribale. Così come P. è la cronaca di un amore atipico, vomitato con una veemenza più faturista che ferrettiana su un noise metallico, Riproduzione si abbandona ad un vortice fatto di ispirazioni fugaziane, mentre la pacatezza di Fuga, unico momento prettamente d’autore, fa da stallo attraverso cui concedersi una boccata d’ossigeno. Ma è soprattutto nelle situazioni più intricate, rappresentate dal crescendo assassino della title track, ma soprattutto da una L’unica via la cui linea introduttiva di basso lascia spazio ad otto minuti di blues suburbano trainati da una chitarra memore persino di certa new wave, che “Rinuncia all’eredità” graffia lasciando un segno indelebile. E salmodiare sulla Fine del disco significa allontanarsi per quello stesso corridoio da cui si è passati, con la consapevolezza di aver fatto un album da non lasciare in disparte, sempre più avvincente, ascolto dopo ascolto. Gustavo Tagliaferri

MoongooseIrrational Mechanics (Nobau)

Irrational Mechanics“. Due parole che scatenano mille domande, che rimandano ad un mondo e poi ad un altro diametralmente opposto al primo, per dire: la fisica e la filosofia. L’esordio dei Moongoose è arrivato, affidandosi a quel genere definito “cinematico” e “onirico” che, se fatto bene, descrive un viaggio mentale da sempre associato al genere trip hop. Bristol sound affidato a una voce femminile che si presta a rendere tutto più arioso, elettronica che rasenta lo smooth-jazz in alcuni brani, dub e tratti psichedelici. Closed Field apre le danze con un ritmo sostenuto, in cui basso e batteria si rincorrono fino alla fine del brano, segue la fluttuante e cinematografica Mistake, in cui viene riciclato dal trio il campione di un film (il fantascientifico “Solaris” di Tarkovskij). Il continuo è l’unica con titolo in italiano, l’unica che si contraddistingue per una personalità completamente diversa dalle altre; in cui regna l’imprevedibilità e sembra venir fuori da un lavoro diverso. O forse è lì per spiazzare certezze e meccaniche razionali. Un disco derivativo (i Portishead sono senza dubbio l’influenza principale) ma non privo di ricercatezza sonora e dettagli interessanti. Carmelina Casamassa

Gazebo Penguins/Johnny MoxSanta Massenza (Woodworm/To Lose La Track)

Cronache, spaccati della propria esistenza, pezzi del proprio io ben ripresi da una memoria fotografica che non gioca brutti scherzi. Deve sembrare un’operazione difficile trasmettere tutto ciò all’interno di uno split 12″. Ma quando l’indole è la stessa che contraddistingue i Gazebo Penguins da una parte e Johnny Mox dall’altra, il tutto non appare neanche tanto complicato. “Santa Massenza” è un trattato fatto di cuore, muscoli e cervello. “Santa Massenza” è la situazione più consona per il tono con cui si presentano, per i primi, Riposa in piedi ed Aspetteremo, che si allontanano dagli stilemi a cui sono sempre risultati avvezzi prediligendo maggiormente quella corrente post-emo-screamo cara ai colleghi Fine Before You Came e tale da fare da riferimento tanto a “LEGNA” quanto a “Raudo“, mentre scorrono, descritte minuziosamente da Capra, le istantanee di officine meccaniche, cimiteri, bar, policlinici e soprattutto un memoriale dedicato ad un amico volato via. E “Santa Massenza” è anche quella del secondo, suonata in una locomotiva dove da un gospel introduttivo (Only Those Who Can Leave Behind Everything They’ve Ever Believed in Can Hope to Escape) si passa ad una Hollow prayers che è un concentrato di linee di basso di matrice funk e conseguenti riffoni hard rock ed una preghiera blues, memore di certi indiani d’America e dalle tinte stoner come quella di Oh Reverend. La colonna sonora ideale per accompagnare le disavventure, più reali che mai, di un Andreas Plack qualunque, protagonista di storie fatte non di strada, polvere e sbronze, ma di motoseghe, invalidità e morte. Ma certamente avere a che fare con uno split del genere significa non rimanere delusi, neanche per un secondo. Dalle storie, dalla musica, da tutto. Da “Santa Massenza”. Gustavo Tagliaferri

Gouton RougeCarne (4V4/3SX)

“Carne” è l’esordio cupo e viscerale dei Gouton Rouge: giovani passioni e delusioni amorose, un paesaggio piuttosto oscuro che si cela sotto strati di nebbia. I titoli rispecchiano la natura dei brani, ovvero l’immediatezza data dai testi e dal minutaggio ridotto di questo rock alternativo misto a ritmiche post-punk, in cui, nell’atmosfera elettrica è possibile cogliere suggestioni shoegaze. Fatta eccezione per Ancora, l’omogeneità dirompente delle tracce stanca e non concede nessun momento di stupore. Potrebbe tornare utile ascoltare il disco per ricordare, di tanto in tanto, di quanto si è carnali a vent’anni e di quante energie si è in grado di investire in certe situazioni. Inoltre, la ripetitività che lo caratterizza ci porta a valorizzare la brevità delle canzoni che ha quantomeno limitato i danni. Carmelina Casamassa

Il TriangoloUn’America (Ghost)

Se è vero che l’effetto sorpresa può risultare una pratica a doppio taglio, altrettanto lo è che in certe occasioni possa finire per rivelarsi come un autentico tocco di classe per le proprie opere. È il caso di quel “Tutte le canzoni” che, una volta uscito, sotto il segno del vintage, tanto nell’artwork quanto in uno spirito di stampo 60’s, ha scongiurato ogni rischio di mera operazione nostalgia attraverso dieci brani di altissimo livello. Voltare lo sguardo in quel di Luino, mettendosi nei panni dei tre ragazzi che compongono Il Triangolo, e tenendo a mente quelli che sono i propri riferimenti, è chiaro come tornare in scena, quasi di soppiatto, alla luce di un tramonto in spiaggia, possa essere complementare alla stesura di una locandina di una qualsivoglia pellicola. “Un’America“, appunto. Un frutto di mesi di lavorazione e rinnovamenti di se stessi rappresentato da una sorta di lungometraggio dove ad echi delle radici di cui sopra, come La playa o una Martedì di settembre che ricalca il beat della passata Canzone per una ragazza libera risultando altrettanto gradevole, si contrappongono le altre facce della band: galoppate come per la title track, con un ritornello che si allontana dal banale mood da stadio (e non scherza neanche l’intima ripresa presente in chiusura), punk per Icaro, calda new wave per Varsavia, incalzante rock robotico per Con lei, pop per Amanti, sapori sovietici per Oradarada. La giusta carne al fuoco che fa sì che i ragazzi si ripropongano più in forma che mai, consapevoli di aver raggiunto una maturità da non poco conto, che rende il lavoro in questione irresistibile. Chapeau. Gustavo Tagliaferri

The Niro1969 (Universal)

Terzo disco per Davide Combusti, in arte The Niro, che a questo giro ci propone un’ulteriore novità. Sì, perché per l’artista romano è tempo di misurarsi con la lingua italiana, è tempo di bilanci (Qualcosa resterà), di riflessioni sociali e intimismo, di disillusione e racconti malinconici. Sound esterofilo ma di stampo pop, in cui si mescolano e si alternano corposità e leggerezza senza mai cadere nella prevedibilità. The Niro ha carattere e talento da vendere, lo dimostra il fatto che continua a sorprendere con i suoi arpeggi di chitarra e la sua voce in falsetto che gioca spesso un ruolo importante. Nonostante il peso di certe parole (alleggerito dalla solarità delle melodie), l’impatto è più o meno immediato. Una volta entrati nel mood, verrà naturale riascoltare il disco ancora una volta. “1969” è un volo pindarico dalla terra alla luna, lasciandosi sollevare dalla gravità per poi tornare coi piedi per terra. Decisamente superata anche la prova in italiano! Carmelina Casamassa

Delay LamaHablacablah (Technicolor)

Non guru ultrapompati e parolai erti a salvatori della patria, ma individualisti fedeli all’elettro-spiritualità. Sembrerebbe essere questo il proclama che spinge i tre musicisti che formano i Delay Lama, in particolar modo il batterista Luciano Turella, già all’opera come suonatore di viola con i furono Eildentroeilfuorieilbox84, Criminal Jokers e di recente Nada, a ricreare un universo dove la meditazione possa essere tanto atta ad una liberazione mentale quanto alla creazione di un suono tanto elementare quanto complesso. Chiamarlo “Hablacablah” è solo il primo passo, altrettanti ce ne vogliono per assaporare ogni singola composizione. C’è di tutto, e se Anyone Can Dance, acida al punto giusto e con il cantato aggiuntivo di Marina Mulopulos, a metà tra Laurie Anderson e Ròisin Murphy, che dà un tocco maggiormente allucinato al tutto, rappresenta l’episodio maggiormente accessibile, non scherzano affatto la psichedelia di Electric Monk, il math-rock fatato di Andropausa, una Frankenstein che unisce ritmiche spazial-tribali ed espedienti degni dell’universo Cramps, il crescendo thrilling dell’organo che accompagna Il mostro dall’ala trina, i vocalizzi e i tripudi di synth di Muore la moglie e lei per il dolore la segue dopo poche ore, se non addirittura la surreale suite sospesa tra jazz, classica e movenze zappiane Tortocollo e Japanther e John Cage a colloquio con gli Autechre prima di liquefarsi reciprocamente al suono di un incedere metallico, nel silenzio di Post Industrial Age. Molteplici gli elementi, molteplici le soddisfazioni, molteplici i desideri di convertirsi per la prima volta ad una nuova religione sonora. Più Delay Lama per tutti. Gustavo Tagliaferri

LevanteManuale distruzione (INRI)

Levante, cantautrice pop (a metà tra una Carmen Consoli e una Cristina Donà), esordisce ufficialmente con “Manuale distruzione“. Per la serie: non c’è crescita senza dolore. A trainare il disco sono i racconti di una vita vissuta intensamente, per poi scoprire che le cose che più amiamo sono quelle che alla fine si ritorcono contro. Un disco decisamente orecchiabile, che vede l’intreccio di chitarre e della sua meravigliosa voce che viene modulata diversamente quasi ad ogni brano. Animi che si rotolano nel dolore e nel passato, cuori che sfruttano al massimo le proprie possibilità, che accarezzano e rassicurano qualcuno che non c’è più; storie d’amore che vanno e vengono ma, dopotutto, anche forza e voglia di vivere. Sembra che la produzione di (Alberto) Bianco abbia dato molto a questo esordio che non presenta innovazioni ma che, nella sua piacevole scorrevolezza, dimostra tanta cura. Non lasciatevi ingannare dal titolo “cinico”, anche i brani più cupi mantengono ritmi vivaci e allegre malinconie. Purtroppo non è un bene che la maggior parte dei brani risulti così facilmente memorizzabile. Carmelina Casamassa

Dead Man WatchingLove, Come On! (Cabezon)

Tracciare il profilo di John Mario appare come un compito facile, di primo acchito. Ma quando ci si ritrova al punto di avere a che fare con un visionario, allora le cose si fanno più complicate, ma non per questo meno affascinanti. Come se fosse arrivato il momento di mettersi nei panni di quello che potrebbe essere anche il proprio interlocutore, esplorare un’anima che trova la maggiore espressione di sé attraverso una musica folk-cantautoriale, spirito della voce dei veronesi Dead Man Watching, così come “Love, Come On!” fa da unanime dichiarazione d’affetto verso ciò che lo circonda. Devozione condivisa anche per quel che riguarda soprattutto il repertorio di ispirazione su cui si muove il gruppo, riflesso in un passaggio che va da attimi malinconici (la crepuscolarità di August Burns, gli archi di Erica Mason ed Andrea Marcolini che animano Bad Teen Movie allo stesso modo dei lievi shakers della title track) che si evolvono in istantanee di pura intimità (Ten Dead Songs) a vibrazioni di stampo rock (In the Badlands, Give It a Sound) da inaspettati inni agrodolci dalle intuizioni ’60s (Jesus Christ Wannabe), se non anche alt-country (Bite), a costruzioni intricate maggiormente vicine ai giorni nostri, come nel caso dello slow-core di Red Balloon o la coda soffusa ed eterea di Here the Night Comes. Il risultato è un disco, quello del trio, che fa sì che quella stessa anima, metafisicamente parlando, entri immediatamente dentro l’ascoltatore, generando un fuoco che piano piano brucia sempre di più. Perché intenso come i brani con cui si ha a che fare. Gustavo Tagliaferri

KyleSpace Animals (Overdrive)

Una fresca ventata di pop semplice, puro e orecchiabile che non può che portare il sorriso e il sereno. Questo è quello che vi succederà dopo l’ascolto di “Space Animals” dei Kyle. Dieci tracce ben cantate e ben arrangiate che possono solo piacere per la loro immediatezza e semplicità, infatti coi Kyle ci si sente sempre a casa e la sensazione è sempre gradevole. Si susseguono senza sosta attimi che si distinguono tra di loro in bilico tra i momenti trasognanti di Space Country, nei richiami folk  di Sun/Clock o in attimi più dilatati come nella conclusiva “Warnings”, con un finale che vi rapirà. Certo, in fondo non c’è nulla di nuovo in questo disco, ma lascia addosso morbide e belle sensazioni, tipiche di un risveglio in una mattina assolata dopo un bel sogno. Daniele Bertozzi

Kill Your Boyfriends/t (Shyrec)

Treviso, anno domini 2013. A stagliarsi sull’orizzonte è uno scenario freddo, post-industriale, dove il devasto la fa da padrone. Per quanto l’apocalisse non sia ancora in procinto di arrivare, le apparenti guerriglie fanno sì che poco ci manchi. È difficile da accettare la realtà urbana, per quel che riguarda il suo lato più scuro e disagiato, ma è anche possibile farla diventare il punto di riferimento dei tre ragazzi che danno luogo al progetto Kill Your Boyfriend. Un nome che parrebbe essere tutto un programma, una documentazione, quella del loro album d’esordio, che pesca a piene mani dalle correnti musicali “rumorose” degli anni ’80 ed oltre dando vita ad un ipotetico concept album: otto modi di identificare l’ambiente circostante e chi ne fa parte, otto nomi, otto musiche. Ci sono Dexter e Henry, sporchi quanto basta per rappresentare tra i due e i tre minuti dei concentrati di vita di stampo industrial, c’è Jacques, che manda insolitamente a nozze con sé certi Depeche Mode del periodo “Black Celebration”, c’è Egon, tra post-punk e shoegaze. E poi Tetsuo, fatto non di contaminazioni carnal-metalliche alla Tsukamoto ma di vibranti e granitici riff che incessanti si apprestano a tessere le trame di un volto confuso, fino alle ciliegine sulla torta di Xavier, cadenzata ed eterea ballata post-moderna, e William, unico momento fuori dal coro, dove ad avere la meglio è un blues decadente. La produzione, in mano a Nicola Manzan, dà il colpo di grazia ad un album che, malgrado qualche leggera scivolatura tendente al derivativo, sa come scuotere e percuotere, lasciando parecchie soddisfazioni. Gustavo Tagliaferri

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My two cents#21

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In questo numero: Drama Emperor, Above the Tree & Drum Ensemble Du Beat, East Rodeo, Roberta Cartisano, The Van Houtens, Alfabox, Mia Wallace, Lantern, I Dinosauri, Tomakin.

Drama EmperorPaternoster in Betrieb (Seahorse Recordings)

Far girare nuovamente il disco, dopo tre anni dal proprio debutto, e, anche solo per meno di mezz’ora, sentire che la propria musica è in continuo cambiamento. Ancora di più se si questi segnali si avvertono da una base campana come quella di casa Seahorse, piccolo grande ricettacolo di influenze di tutti i tipi a cui i tre componenti dei Drama Emperor si sono affidati. Se c’è da ipotizzare un’avventura in quel di Berlino ed immaginare le rispettive fasi da compiere in quel delle Marche, “Paternoster in Betrieb” potrebbe essere l’ideale colonna sonora. Perché il suono che fa da traino riunisce dei Depeche Mode in chiave noir (Second Floor) ai primi Nine Inch Nails (Teknicolor), dà vita ad electro-ballads come Sing Sing Sing, casualmente l’unico momento cantato nella propria lingua madre, contrariamente all’altrettanto valida Riversami, passa dalle parti del post-punk (Dead of Technology, Other Side) e va a caccia di segnali di vita da quella Germania respirata sin dagli inizi, come dimostrano l’ossessivo inno da dancefloor Aber e lo spoken word di Phrase Loop. Un repertorio ridotto, ma molto più che buono, senza alcuno scimmiottamento, ma atto a testimoniare una continua crescita di un progetto che dimostra di avere parecchie carte da giocare, e magari anche di aumentare la posta in gioco! Gustavo Tagliaferri

Above the Tree & Drum Ensemble Du BeatCave_Man (Bloody Sound Fucktory)

Il nuovo lavoro di Marco Bernacchia, in arte Above the Tree, è il proseguio del viaggio iniziato con “Wild“. Siamo usciti dal protettivo sottobosco sonoro ascoltato in precedenza e mettendo la testa fuori dal guscio l’ambiente cambia e si fa molto più etnico ed epico, quasi magico. È come risvegliarsi nella Death Valley e vedere avvicinarsi una carovana di indiani, percepirne i suoni ma vederla ancora sfuocata mentre il sole picchia duro e l’aria è bollente. Questa è la sensazione che si ha ascoltando sia Aborigenal Dream che la seguente People from the Cave, e mentre Barbers in Action invece sente pompare i bassi, interessante è Black Spirit forse un po’ lunga ma è il cuore di tutto il lavoro. La conclusiva End of Era è suggestiva quanto portatrice di sventura, perché tutto lascia presagire tranne un bel finale e la conferma arriva dagli ultimi colpi delle percussioni come se fossero gli ultimi battiti del cuore. La collaborazione con Drum Ensemble Du Beat è perfettamente riuscita e porta il progetto ad una nuova evoluzione che si poggia però sempre sulle belle atmosfere chitarristiche, ricche di effetti e di emozioni. Ci chiediamo solo come proseguirà il viaggio e con chi. Daniele Bertozzi

East RodeoMorning Cluster (Menart/El Gallo Rojo/Pulse)

Un cane antropomorfo che, come una Sfinge, si erge su un paesaggio infuocato. Inusuale sinonimo per lasciar intendere il contatto tra culture differenti, ma molto efficace quando si tratta di basarsi su qualcosa che si distacchi dall’etnica o dalla semplice musica balcanica. Croazia ed Italia, i fratelli Sinkauz e la coppia Alfonso Santimone-Federico Scettri. Questi sono gli East Rodeo e queste sono le basi per un terzo capitolo in studio come “Morning Cluster“, dove il rischio di avere a che fare con una semplice minestra riscaldata di stampo 90’s viene fortemente rimpiazzato da una Trom pacata nella versione originale e prossima a lasciarsi andare a forsennati turbo-beat una volta diventua Re:Trom, dal pizzichio del basso di Mrs. Cluster che culmina in sfumature di tipo art, da Crni Gad, lento e cadenzato spoken word che finisce per prendere i Tool più sperimentali ed aggiungere una spruzzatina degli ultimi Neubauten, e poi matrimoni di vario gneere: noise, electroclash e hard-rock in 939 Hz, math e Jesus Lizard in American Dream, ambient e Slint in Brod, Autechre ed Aphex Twin periodo “Drukqs” in Ballad of LC. Gli ospiti di turno, che vanno da Giulio Ragno Favero a Marc Ribot, Warren Ellis e Greg Cohen, i cui contributi in Step Away from the Car danno vita ad una composizione che potrebbe essere uscita dalla colonna sonora di qualche film drammatico, se non da qualche disco di quei Dirty Three tanto cari ad uno di loro, aggiungono un po’ di pepe ad un risultato generale che merita più di una possibilità. E molto. Gustavo Tagliaferri

Roberta CartisanoL’ultimo cuore (Broken Toys)

Un pezzo di legno grezzo e informe. Roberta Cartisano lo intaglia, lo leviga con cura, lo osserva da lontano, lo ritocca, lo lucida, lo colora di mille sfumature. È così che la immagino lavorare a questo disco: in un laboratorio, a dare vita ad un eroe di altri tempi che potrebbe tranquillamente abitare il nostro mondo per riportare a galla la bellezza della nostra presenza. La Cartisano scrive una storia, ambientandola nel futuro, ma lo fa come fosse una poetessa dell’antica Grecia. Un romanzo d’amore, amore per la vita, per l’universo, per l’umanità; col retrogusto di un poema epico. Il protagonista è Ultimo, “l’ultimo cuore” sopravvissuto alla guerra dei cieli che tramite un viandante raggiungerà Sophia (la scelta del nome non sarà casuale visto che etimologicamente vuol dire “sapienza”) al fine di proteggere (per l’appunto) la sapienza e la bellezza dalla nostra incuria. Cantautorato dalla voce calda e familiare, un sound strutturato con dedizione, fatto di pianoforte, synth e chitarre. Un disco, un libro e un’esperienza mistica in cui Ultimo sembra incontrare per strada “Hermann” di Benvegnù. Carmelina Casamassa

The Van HoutensFlop! (Face Like a Frog)

Ne è passato di tempo da quando, in una pubblicità di McDonald’s, aveva finito per farsi strada un brano che nella sua apparente banalità, nel suo incedere a mò di marcetta, risultava molto simpatico, fedele alla formula pop, nella sua veste più sbarazzina. Quello era It’s a Beautiful Day, e Alan e Karen, stesso padre, stessa madre e stesso monicker in comune, The Van Houtens, dovevano pur farsi strada con un autentico full length. La piena mezz’ora di questo “Flop!” risulta essere un adeguato resoconto delle loro intenzioni: la voglia di giocare con un immaginario comune bambinesco, forse ulteriormente alimentata dall’orso di peluche dell’artwork, affidato ad un ineccepibile Alessandro Baronciani, e tale da passare a Baby Don’t Lie, i cui latrati sembrano rispondere a Lassie, ed una Matala il cui coro ha un sapore dell’endrighiana Ci vuole un fiore, ad una John Ferrara & Betty Karpoff dove l’italiano e l’inglese danno luogo ad un piano rock di tutto rispetto. Non mancano le ballate, movimentate (Paper Plane) o malinconiche che siano (Waiting for the Sun). Ma se si strizza anche l’occhio a sonorità più tirate (Automatic Girl) e neanche l’elettronica finisce per uscirne intentata (l’irresistibile I Want to Tell You e soprattutto 1987 Souvenir), è chiaro se i tormentoni fossero tutti come i loro sicuramente si godrebbe di più. Un flop che fa plof, in positivo. Gustavo Tagliaferri

Alfaboxs/t (Matteite)

Il rock, quello graffiante, e l’elettronica, quella che fa ballare. È questa la ricetta degli udinesi Alfabox, giunti al terzo ed omonimo disco uscito a inizio anno. Il lavoro parte subito forte con Ormai è troppo tardi uno dei migliori del disco. Caratterizzato da un basso cattivo e grezzo, un testo senza mezze misure e un muro di chitarre pronte a esplodere nel ritornello. La grande carica rimane anche nel seguente Miracolo italiano, forte e diretto con uso molto riuscito delle voci, e ne La nostra primavera un brano politicamente impegnato molto riuscito. A metà deI disco i pezzi si fanno leggermente più dance tra cui La mia città è il più riuscito ed accattivante, Ghiaccioli è senz’altro il brano più pop del disco fresco e ritmato anche se con un testo spesso poco all’altezza. E sono i proprio i testi a rendere Prima di dormireIl morbido cecchino poco più che due riempitivi. La conclusiva La vacanza è finita ci regala un finale intenso e ricco di sfumature. Discorso a parte per una produzione ottima con arrangiamenti di gran gusto e suoni molto curati. Un disco interessante, forse qualche piccola pecca, ma trascinante. Daniele Bertozzi

Mia WallaceVa meglio (Autoproduzione)

I risultati di una gavetta durata anni, fatta di EP, split condivisi con la concittadina Ilenia Volpe e partecipazioni a qualche concorso con tanto di giunta in finale non solo si vedono, ma possono anche avere i loro vantaggi. E i romani Mia Wallace, band al 75% al femminile, non fanno eccezione, essendo “Va meglio” il frutto di quegli stessi anni trascorsi tra cambi di vario tipo e continue maturazioni. Nove brani trainati da un rock senza fronzoli, lontano dallo spirito delle riot grrls ma trainato da una godibile voce, quella di Alessandra Annibali, che non si muove in una direzione univoca, ma tanto entra in sinergia con una dimensione maggiormente pop (la title track, Canzone d’amore) ma non scontata, quanto sa ben difendersi in situazioni più tirate, come in Tutto tranne che leggerezza, Six Shooter, Divina e fragile e soprattutto l’inaspettato restyling di repertori in antitesi come quelli di Kylie Minogue e Black Sabbath, ovvero Can’t Get You out of My Paranoid, una spaccatura tra generi blasfema e ben riuscita allo stesso tempo. Andrebbe certamente limato qualche eccesso di troppo, tale da sfociare in momenti che sono delle stonature rispetto al quadro generale (Dura madre). Ma le basi ci sono, e sono abbastanza resistenti. Un album che è un buonissimo trampolino di lancio per un gruppo la cui carica non passa certamente inosservata. Gustavo Tagliaferri

LanternDiavoleria (V4V/Fallo/Flying Kids)

Screamo dei primi anni ’90 e post-hardcore. Dopo l’EP “Noicomete”, i Lantern tornano in scena con una ”Diavoleria” dal ritmo serrato, miscelata ad estratti audio del film “Crimini e misfatti” di Woody Allen. Otto sputi sonori colmi di rabbia e diabolica vitalità, in un ambiente ansiogeno e teso. Un disco sul passato, in cui “ricordi” e “memoria” non possono che esserne le parole-chiave. Per rimanere in tema, una coda in copertina: metafora ed elemento anatomico di un vissuto che lascia sempre traccia dietro di noi. Durante l’ascolto aleggia quasi una presenza oscura ma l’atmosfera si stempera quando la voce dell’attore irrompe con i discorsi sull’etica e la religione. Un buon disco d’esordio in cui regnano le influenze dei La Quiete e degli ultimi Raein, ma i ragazzi riminesi hanno saputo mettere in risalto le loro abilità, risultando brevi, concisi, feroci e pungenti. Carmelina Casamassa

I Dinosauris/t EP (Autoproduzione)

Forme di vita che, in barba all’estinzione, si aggirano per la città, in particolar modo i vicoli parmensi, non per seminare panico nella maniera classica ma con l’intento, tra un headbanging e l’altro, di operare a suon di garage? È un identikit che ben si adatta a Giorgio De Fraia e Alessandro Canu, rispettivamente chitarrista e batterista de I Dinosauri, che con questo EP, nel giro di un quarto d’ora, non risparmiano niente e nessuno. Garage, quello dell’I N T R O, che vira mano a mano verso suoni di stampo heavy, da S A B B A T H a P R A N D I ( Q U E S T O ), ma non disdegna nemmeno qualche ispirazione math, vedesi L A B R U T T A V I T A , con tanto di relativo cortometraggio collegato all’intero lavoro e che vede le disavventure dello stesso Canu, oltre che imperterrite ed irresistibili prove di drumming di quest’ultimo, come quella che accompagna la furiosa ripresa del tema di B A T M A N . E mentre L A C A R I E è un hard-rock che strizza l’occhio all’hardcore-punk, il solo incedere di chitarra di E N D , con qualche lieve vibrazione noise, sembra essere una via di fuga di cui usufruire una volta che è stato raso al suolo tutto. Ma non c’è ancora scampo, visto che i ragazzi ne hanno di sorprese per il futuro. E se saranno ai livelli di questo lavoro, c’è solo da gioire. Magari anch’esse con un clip di accompagnamento, chissà. Gustavo Tagliaferri

TomakinEpopea di uno qualunque (The Prisoner)

“Geografia di un momento” aveva lasciato intravedere come dalla mente di sei ragazzi si potesse costruire delle fondamenta anche con un genere blasonato e discusso come il pop. Vista la complicità di una label come la fervidissima The Prisoner, non poteva esserci momento più consono per i Tomakin per dare vita ad un seguito del genere. Perché dietro le undici tracce “Epopea di uno qualunque” c’è di tutto e di più: le sferzate power incalzanti che danno luogo ad ipotetici nuovi inni esistenziali (i motociclisti di Avanguardisti, gli imbroglioni di Bluff Art), se non farcito anche di una buona dose di elettronica (La legge di Murphy), ma soprattutto di ritornelli irresistibili, la cui apparente banalità allo stesso tempo è la grande forza (la titletrack), attimi in cui ci si ritrova tra i Killers migliori (Squali) e certi Subsonica d’annata (Poser), simil-ballate in cui emerge il lato più malinconico dei nostri (Fuori orario, Quasi mai delusi) od un Rave il cui mood subisce un crescendo continuo, tale da favorire un’atmosfera che si afferma definitivamente in quella Flotta interstellare che non solo è il brano maggiormente “serio” dell’album, ma ne fa da adeguatissimo sipario. Certo, qualche episodio risulta essere messo a fuoco con minore intensità (Il vuoto di Torricelli) rispetto ad altri, ma a rimanere in mano in primis è un disco gradevolissimo, da ascoltare con molto piacere, per dei ragazzi la cui formula non va persa d’occhio e dove non c’è alcun uso ed abuso del concetto di ironia tanto millantato al giorno d’oggi. Gustavo Tagliaferri

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