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Platonick Dive – Overflow

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CD – Black Candy, 12 t.

A distanza di quasi due anni da Therapeutic Portrait, sempre per Black Candy vede la luce il secondo album del trio livornese Platonick Dive. Dopo una terapia dalle atmosfere glaciali, ecco un’inondazione sonica, delle sperimentazioni variegate dal ritmo serrato e qualche traccia un po’ più danzereccia. Overflow è incontro, richiamo, novità, viaggio ed emozioni.

Incontro. Un’elettronica colorata gioca con un post-rock dinamico, dalle chitarre morbide a quelle più intricate, da brani strumentali dove il noise si miscela allo shoegaze, ai riverberi, ai samples vocali e, per qualche tratto, anche ad una linea melodica. Gli Aucan incontrano prima i Port-Royal e poi i Mogwai, gli Explosions in the sky, i 65daysofstatic e i Maybeshewill.

Richiamo. Diversi brani (Please Dance Slowly, Geometric Lace) richiamano il disco precedente, senza tralasciare il muro sonoro “platonico” a cui avevano abituato nel disco d’esordio.

Novità. Linea vocale, arpeggiatori ed effetti che nel disco precedente non erano stati utilizzati, novità ben rappresentate da From Seattle to Berlin o da Mirror, con la voce in primo piano e, in chiusura, un colpo di scena composto da violini.

Emozioni. Il titolo dice tutto: Overflow. I Platonick Dive continuano a mantenere alte le aspettative, a dimostrarsi ispirati, coerenti, svelando quello che ormai è il loro secondo nome: terapia.

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Musicoterapia tra i fiordi: intervista ai Platonick Dive

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Atmosfere in crescendo che sfociano in energia post-rock, l’incontro con l’elettronica, qualche accenno di voce a farsi vivo in maniera quasi inaspettata. Comunicativi e decisi, i Platonick Dive catturano l’attenzione del pubblico mentre si esibiscono sul palco del Viper di Firenze, in occasione della quarta edizione del KeepOnLive Club Festival. Li abbiamo incontrati subito dopo la loro performance per una chiacchierata.

Siete tra le rivelazioni live dell’anno scelte da KeepOn nel mese di marzo e dunque a due mesi dall’uscita del disco. Stasera verranno premiati Dimartino per la categoria “Best Live”, mentre per la categoria delle “Rivelazioni” Fast Animals and Slow Kids, Paletti e King of the Opera. Cosa ne pensate di questa scelta?

È stata una sorpresa anche per noi, avevamo fatto pochissimi live e trovarsi in classifica è stata una bella cosa. Il nostro progetto musicale è molto distante dalla classica scena musicale italiana. Probabilmente, Dimartino è quello che se lo merita di più considerando la scena cantautorale perché ha una vera band, sono dei bravi musicisti e quindi massimo rispetto, nonostante siano lontani anni luce dalla nostra proposta musicale. Sono gruppi che stimiamo molto, i King of the Opera hanno fatto un bellissimo disco e siamo curiosi di vederli dal vivo.

Avete intitolato il quarto brano del disco “træ”, ovvero “albero” in danese. Sono raffigurati alcuni sulla cassa della batteria, sulle magliette della band… Ci spiegate la presenza di questo simbolo?

È un simbolo che ci rappresenta perché prendiamo ispirazione da paesi nordici. Sarebbe un sogno stabilirci lì magari in futuro.

Quindi avete una bella ambizione.

Sicuramente meglio che stare in Italia (ride, ndr).

Si sa che il percorso della band è iniziato nel 2007 ed ha subito un cambio di formazione. Chi di voi mi spiega i cambiamenti rilevanti e il passaggio da “Noia astratta” a “Therapeutic Portrait“?

I Platonick Dive si formano ufficialmente nel 2007, come band alternativa post-rock, prima cantavamo anche. Poi nel 2008 abbiamo registrato questo demo “Noia astratta” però ufficialmente l’esordio dei Platonick Dive è “Therapeutic Portrait”. Prima eravamo giovani, siamo giovanissimi anche ora, però prima eravamo a malapena maggiorenni, abbiamo tirato fuori quell’EP del 2008 ma l’esordio vero c’è stato a gennaio 2013.

Che cosa fanno i Platonick Dive giù dal palco?

Siamo giovani, ancora non viviamo di musica, ognuno vive la propria vita. Lavoriamo, anche perché in Italia il musicista non è riconosciuto come lavoro effettivo quindi abbiamo lavori che ci aiutano a mandare avanti il progetto. Ogni settimana che passa diventa sempre più importante, è indispensabile crederci e stiamo raccogliendo dei buoni frutti, bellissimi risultati in pochi mesi, se si pensa anche alla proposta musicale che portiamo avanti in Italia, quindi ci stiamo levando delle belle soddisfazioni e siamo soltanto all’inizio.

Immagino che la scelta di usare un volto in primo piano sulla copertina abbia un senso ben preciso. perché un volto e non qualcos’altro?

Scegliere un paesaggio sarebbe stato abbastanza scontato, seppur molto bello e azzeccato ma scontato. Poi se pensi al titolo “Therapeutic Portrait” e quindi ritratto terapeutico, si capisce che c’era bisogno di dare della fisicità quindi abbiamo scelto una ragazza molto giovane con dei lineamenti nordici, molto angelica che rappresentasse l’innocenza violata.

Come ha risposto il pubblico al vostro disco?

Alla grande, se si pensa che è un esordio discografico e alla musica che proponiamo in Italia. Abbiamo fatto quasi trenta concerti, a ogni concerto andiamo via col sorriso, il pubblico anche. Siamo molto soddisfatti anche perché ci sono consensi in giro.

A breve uscirà un remix.Voglia di cambiare o concedersi una seconda possibilità?

No, ascoltando “Therapeutic Portrait” sicuramente avrai notato che c’è uno stretto legame tra noi e il mix tra musica rock ed elettronica. “Therapeutic Portrait Remixes” è la conferma del nostro stretto legame col mondo dell’elettronica, anche perché comunque ascoltiamo questo genere.

Praticamente mi stai dicendo che volete sottolineare questo rapporto, perché in realtà è presente già in questo disco d’esordio.

Lo vogliamo sottolineare, abbiamo fatto una scelta considerevole per quest’uscita includendo soltanto deejay e producer italiani, per testimoniare il fatto che la musica elettronica italiana, seppur di nicchia, sta venendo fuori alla grande. C’è una sacco di gente valida che fa della bellissima musica e che non ha niente da invidiare all’Inghilterra, la Germania e Stati uniti.

La vostra etichetta è la Black Candy, etichetta fiorentina tra l’altro di alcuni vecchi dischi del Santo Niente e altre uscite interessanti. Come vi siete trovati?

Li conoscevamo già prima di arrivare a definire l’uscita del disco. Veniamo da esperienze diverse e gruppi diversi; conoscevamo già i ragazzi della Black Candy che si sono interessati al nostro progetto prima che entrassimo in studio. Una volta finito l’album glielo abbiamo mandato e ci hanno detto se volevamo esordire con loro e ne siamo stati ben felici perché la Black Candy è un’etichetta di tutto rispetto tra le indie label italiane.

Definite la vostra musica “silence against noise”. Perché questa definizione?

Il disco è un saliscendi di ritmo ed emozioni, ovviamente ci prendi un po’ quello che vuoi dall’ascolto del nostro disco. Parte piano, poi va forte, poi va giù, poi ritorna in alto, il live è sicuramente energico.

Che cosa conservate di questi mesi di live in giro per l’Italia?

Ci sono bellissimi locali dove abbiamo suonato. Non è vero che in Italia si ascolta solo musica italiana ma c’è anche gente che vuolecose nuove e ha bisogno di questo tant’è vero che durante il nostro live s’instaura sempre un rapporto molto vero e diretto con lo spettatore; questo ci ha portato a scendere dal palco col sorriso a fine concerto e a raccogliere consensi. La gente va anche oltre la musica e capisce questo messaggio emotivo che noi diamo. Si trasmette qualcosa durante il concerto e lo spettatore preparato se ne accorge e il messaggio gli arriva.

Il vostro disco è un viaggio terapeutico che rievoca i freddi spazi scandinavi. A mio avviso, il brano migliore è WallGazing. Com’è nato questo brano?

Eravamo in studio con un amico che si era immerso nel mondo della musica classica, ha suonato un giro di pianoforte e l’abbiamo looppato. È stata l’ultima canzone che abbiamo scritto prima di entrare in studio, si sente forse che è più matura rispetto ad altre perché l’abbiamo fatta un anno dopo rispetto alla prima che avevamo composto quindi la differenza si sente. Cerchiamo di collegare sempre i titoli a un’immagine, e con Wallgazing ci siamo immaginati una persona con la faccia al muro e che lo fissa.

Concludiamo con gli ascolti del momento.

Trentemøller, 65daysofstatic, Boards of Canada, Moderat, Mount Kimbie, Lapalux, James Blake… Ascoltiamo un sacco di musica prima di entrare in studio e avere più spunti per scrivere.

Carmelina Casamassa

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My two cents#16

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In questo numero: Bianco, Threelakes, Platonick Dive, Femina Ridens, Zondini, Giorgia del Mese, Paolo Saporiti, Sakee Sed, Oslo Tapes, Saluti da Saturno.

BiancoStoria del futuro (INRI)

Una balena bianca che, appena uscita dall’acqua, saluta con un guizzo di coda. Non proprio un’immagine adattissima per un disco la cui matrice è quella del pop, eppure discretamente calzante per il secondo lavoro in studio di Alberto Bianco, o semplicemente Bianco. Salutare una “Storia del futuro”, quella da lui intesa, rappresentata come un dipinto la cui cornice è fatta di stelle, giorni e notti, dove il contenuto è spensierato e al contempo tirato dove necessario, dove al mantenimento di una propria personalità si accompagnano richiami tanto ai Tre Allegri Ragazzi Morti (Scoria, Mi piace come ridi tu) quanto agli Afterhours (Morto, una più british La notte porta conigli). È vero, non si riesce facilmente a scrollare di dosso il timore di scadere in retorica e banalità (la title-track, il breve funky di Fulminato). Però ci sono diversi episodi che meritano una segnalazione in particolare: una La solitudine perché c’è? duettata con Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione, l’intenso svolgimento di La strada tra la terra e il sole e la chiusura elettronica di Quasi vivo (e relativa ghost-track aggiuntiva). Segnali che rendono ancora più evidenti le capacità di Bianco e, pur essendo presenti diverse caratteristiche da sistemare, rendono il lavoro in esame molto carino.

Gustavo Tagliaferri

ThreelakesUncle T (Autoprodotto)

Accade spesso nella vita delle persone, mentre si è ancora in fasce o quasi, che qualcuno scelga dischi per noi; dischi che sembrano suonare invano. Accade anche però, dopo anni e anni, di accorgersi che in un modo o nell’altro, essi fanno parte di noi. Il senso, l’omaggio e la bellezza di “Uncle T” sta proprio in questo: tra una chitarra acustica e accordi sognanti, brillano piccoli diamanti che a primo impatto sembrano non lasciar traccia ma che invece marcano la nostra memoria. È proprio lì che s’insidia la forza di Threelakes che per l’occasione ha rivisitato brani già presenti nell’EP precedente. In una fredda giornata di dicembre, il folksinger modenese (Luca Righi), insieme ai Flatland Eagles (Andrea Sologni dei Gazebo Penguins, Raffaele Marchetti e Lorenzo Cattalani) ha scaldato il cuore tra una buona dose di musica e una giusta dose di grappa, registrando tutto dal vivo. Cantautorato americano che diventa sempre più intenso e malinconico in The Accordion Player, e che oscilla nei versi di quella poesia quale è Gold. E se dopo The Summer I Was Born non ne avete ancora abbastanza, non vi resta che aspettare l’autunno per l’uscita del full lenght.

Carmelina Casamassa

Platonick DiveTherapeutic Portrait (Black Candy Records)

Se mai si dovesse ipotizzare un dilemma relativo alla possibilità di un connubio tra la professione di psicologo e quella di musicista, ci sarebbe da rimanere sbigottiti una volta che scoperto che Gabriele Centelli, Marco Figliè e Jonathan Nelli, trio livornese che si cela dietro il progetto Platonick Dive, sembrano aver dato una possibile risposta. Perché ascoltare la “Therapeutic Portrait” da loro proposta significa intraprendere un’esperienza onirica, interstellare, tra glaciazioni e climi tropicali, fatta di voci provenienti da altri pianeti, quelle già udibili una volta partita l’introduttiva Meet Me in the Forest, e che di qui a poco non portano esclusivamente alla continuazione della strada già cara a colleghi come i MUG (TraeLovely Violated Innocence), mostrando una devozione verso il post-rock più recente (Youth, di stampo God Is An Astronaut), ma si giunge a contaminazioni trance (vocal per Soundproof Cabinet, progressive per Wall Gazing), suite d’immediato impatto (The Time to Turn Off Your Mind, mnemonica la prima parte, emozionale la seconda) e frenetici happy ending (Moscova Jazzcore). I giusti elementi per un gran disco, un’adeguatissima terapia distensiva che fa dei Platonick Dive un gruppo da non farsi sfuggire.

Gustavo Tagliaferri

Femina Ridenss/t (A Buzz Supreme)

Canto per le inadeguate, le furiose, le insoddisfatte, le ritardate, le inscopabili e le sfiorite. Canto per quelle fiduciose, pronte a lottare ed esultare a qualsiasi età.” È così che si presenta Femina Ridens (alias Francesca Messina), che esordisce con un disco omonimo.Voce caratterizzante che a volte sembra giocare coi toni di una bambina capricciosa ma che tutto fa tranne che piangersi addosso, a metà tra una Carmen Consoli romantica, una Cristina Donà sinuosa e una Meg ipnotica. Emotività che esplode, fatta di pochi concetti e tanto pathos, che intriga e persuade con la musica ridotta quasi all’osso e i toni della voce che si prestano ad arrivare lì dove le parole non riescono; ne è un magnifico esempio Esuberanza. Un disco da ascoltare con tutto il corpo, il racconto intenso di un mondo interiore e di una forte personalità, dove il verbo “sentire” ricorre spesso con coscienza.

Carmelina Casamassa

ZondiniRe:visioni del tempo (Kingem Records)

Mark Zonda, al secolo Marco Zondini, del suo pop lo-fieggiante ha fatto una ragione di vita, divenendo un altro simpatico caso a parte della musica di questo stivale, come già si era testimoniato con i Tiny Tide. Eppure cimentarsi con la propria lingua madre aveva bisogno di una prima volta, anche nel suo caso. Ed è così che prendono forma queste “Re:Visioni Del Tempo“, pubblicate con il suo cognome all’anagrafe. E dove, nella sua indole, si scopre come un Fiumani meno aggressivo, dalle tinte 60’s (Cento migliaia di miliardi di milioni di kilometri“, dagli influssi dylaneggianti, Tua madre non lo deve sapereLa spiaggia nel cuore, l’amore che muore), ma che ogni tanto non si dimentica di cimentarsi nel rock (Il lato oscuro della luna), capace di donare anche molteplici affascinanti connubi, fatti di parti ritmiche appartenenti a un’elettronica primordiale (Notte a Parigi), di retrogusti 80’s (Nouvelle California), di divertenti filastrocche (Jack Jack JackBuon compleanno Mr. Mike) e immediati evergreen (Neve nelle vene). Un universo da cui è molto difficile scappare, e che si finisce per fare proprio nel giro di poco tempo. E, vista la sua strabordante immaginazione, forse Zonda è più unico che raro, teniamocelo stretto.

Gustavo Tagliaferri

Giorgia del MeseDi cosa parliamo (RadiciMusic)

Eccoci al secondo disco di Giorgia del Mese, cantautrice pop-rock che ha già raccolto consensi e premi dopo l’esordio di due anni fa. “Di cosa parliamo?” Parliamo di un disco autoreferenziale che si espande a macchia d’olio fino a coprire un’intera società e molto di più: buon senso, etica, autocritica, soldi, televisione e beneficenza. Testi incisivi e fluidi che oscillano tra la denuncia e l’intimismo e che in qualche modo fotografano una società troppo spesso succube di quella politica che organizza e crea stati di inerzia, fino a risultare disarmante. Questo disco politico-esistenziale vede la partecipazione di importanti artisti della scena indipendente italiana: da Andrea Franchi (Paolo Benvegnù) alla produzione, ad Alberto Mariotti (King of the Opera) che duetta nell’opener, da Alberto Lega e Fausto Masolella (Avion Travel) che impreziosiscono Agosto e, dulcis in fundo, la collaborazione di Paolo Benvegnù in Imprescindibili, tanto per chiudere con amore e bellezza. Un disco che suona decisamente molto italiano per certi versi, che attinge alle sonorità dei primi anni ’90 e che ricorda molto la Mannoia, ma piace anche a chi la Mannoia non l’ha mai ascoltata più di tanto. Consigliatissimo!

Carmelina Casamassa

Paolo SaporitiL’ultimo ricatto (Orange Home Records)

Un rogo messo in atto sul ciglio di una strada, in direzione di quella che appare come una brughiera, visto dagli occhi di chi, nel suo canto, ne legge una punta di malinconia. Questo è “L’ultimo ricatto” secondo Paolo Saporiti, che a due anni da “Alone” partorisce un lavoro imbevuto d’intimo folk, per non dire alt-folk, specialmente vista la presenza di un esperto in rumoristica come Xabier Iriondo come musicista addizionale, degna controparte di quel Teho Teardo già in pista nella precedente produzione. E così il banjo di Sad Love/Bad Love e la freejazzante We’re the Fuel, lo stesso free jazz che fa capolino tra vari riverberi (I’ll Fall Asleep), le dissonanze del crescendo su cui ondeggia Toys, i violini elettrici di War (Need to Be Scared), il pianoforte di Deep Down the Water, i cambi di In the Mud, campane incessanti e macchine da scrivere su cui riportare le proprie memorie (Sweet Liberty) e una Never Look Back che potrebbe essere l’ideale manifesto dell’opera sanno come soppiantare la mancanza dell’elettronica. Intrecci che sono come un diario personale, per Saporiti. Un diario felicemente condiviso con tutti, con discrezione, e dal contenuto indiscutibile. Per un artista sempre di grande rilevanza.

Gusavo Tagliaferri

Sakee SedCeci n’est pas un EP (Appropolipo Records)

Dopo i primi lavori (“Alle basi della Roncola” , “Bacco EP” e “A piedi nubi”), ma soprattutto dopo i primi tre anni di approvazione dalla critica, i Sakee Sed tornano in scena con “Cecì n’est pas un EP“. Diciotto minuti di savoir-faire ironico e vintage, in cui la band sperimenta l’assenza del basso, un uso alternativo della voce e una scrittura simpatica, nonostante i vari non-sense deliranti. I voli pindarici da una traccia all’altra sono tanti: dal sound anni ’70 a quello reggaeggiante, dal blues al punk rock. Una lettura personale di vari generi musicali con un approccio caleidoscopico che mescola il vecchio con il nuovo, rilasciando così un suono pieno e ricco di dettagli. Consigliato , quindi, l’ascolto di questa ultima release che trapela libertà e divertimento ma senza strafare e cadere nei soliti giochini da esibizionisti egocentrici.

Carmelina Casamassa

Oslo Tapess/t (DeAmbula Records)

Per essere “un cuore in pasto a pesci con teste di cane“, e non poteva essere più appropriato un simile identikit, non poteva che lasciarsi spartire da tre menti musicali di altissimo rilievo, ovvero Marco “Marigold” Campitelli, Amaury “Ulan Bator” Cambuzat e Nicola “Bologna Violenta” Manzan. Ma quello che c’è dietro Oslo Tapes non è facile da sintetizzare. È un esperimento che va assaporato fino in fondo, un vento che soffia forte sulla pelle, che dà una maggiore vitalità alle undici composizioni nate da un simile connubio. Da qui la “terra dei ragni” slintiana che riprende forma in Attraversando, il matematico incedere di violini di Alghe, il reading sospeso di Elogio, l’ipno-viaggio di nove minuti tra le onde dello shoegaze di Imprinting, la marzialità di Nove illusioni, il rock viscerale di Les elites en flammes, i drone spettrali di Impasse in contrasto con il sangue dreamy che scorre in Tremo, il cuore acustico di Distanze e l’omelia 60’s Crux privée. Il tutto con contributi esterni firmati da ospiti come King of the Opera, Werner e buenRetiro. Per dei nastri che non solo fanno sì che Oslo possa essere vissuta anche al di fuori di essa, ma che celano un’opera di grande valore, che merita più di un ascolto.

Gustavo Tagliaferri

Saluti da SaturnoDancing Polonia (Goodfellas)

Se credevate che il viaggio con i Saluti da Saturno fosse terminato, vi sbagliavate. Non disfate i bagagli perché la strada è ancora lunga: da Valdazze a Cracovia, passando per la Finlandia. Dancing Polonia è (rispetto al precedente disco) tutta una transizione: dall’optigan al pianoforte, dalla gioiosa malinconia alla gioiosa rabbia, dalla balera al cinema, dal “pianobar futuristico elettromeccanico” al free jazz cantautorale. Torna l’amore per la sua donna, l’amore paterno, i racconti, le citazioni cinematografiche che ispirano e incorniciano tutto il lavoro; senza tralasciare il lato ludico, la voglia di fare musica divertendosi. Questo, dunque, è il terzo disco della band, di quel Mariani che non si è arresoneanche di fronte a spiacevoli avvenimenti del passato ed ha, invece, trovato la forza (tra segni del destino e sorprese della vita) per trasformare una vecchia fine in un nuovo inizio, come si evince dal singolo Un giorno nuovo.

Carmelina Casamassa

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