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Cagna Schiumante – s/t

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Non un semplice scambio di insegnamenti, tipico di colleghi spesso avvezzi a ricambiare i favori compiuti all’interno dell’opera in studio o nel corso di svariate date dal vivo, ma la necessità di continuare, alla luce delle proprie condizioni, quanto già espresso in precedenza su binari diversi. Cagna Schiumante è un mostro di Frankenstein il cui occhio è rivolto al mondo con la stessa intensità delle chitarre di Xabier Iriondo (Afterhours, Six Minute War Madness) e Stefano Pilia (Massimo Volume, In Zaire) e della voce e batteria di Roberto Bertacchini (Starfuckers). Cagna Schiumante manifesta la propria indole senza mezzi termini: smonta, rompe, sfracella e contemporaneamente crea, assembla, incastra, alla luce di un drumming scollegato, snaturato e proprio per questo mai fine a stesso, tra richiami alla lezione della band madre di chi opera (Ciò che è importante, E non smettere di pensare) e concezioni di ritmiche matematiche e siderurgiche (È respirare, Per raggiungere correndo e ansimando), riverberi di matrice noise (Come un cane che annusa il vento) e post-rock (Dopo la tempesta, A Edoardo il monco), affondo a piene mani e conseguente destrutturazione dell’hard rock degli anni ’70 (Camminando in un deserto post-punk), se non addirittura degli Area più cervellotici (Ti sembrerà normale e l’evidente richiamo a “Maledetti (Maudits)”), e, al centro di tutto, una performance vocale fuori dagli schemi, una prova di canto che è tutto e il contrario di tutto, quella di Bertacchini. Lirica (La breve estate dell’anarchia, la title track), salmodica (La mente opaca confusa si accende), sussurrata, ectoplasmatica (Da urlo), strozzata, prossimo alla perdita della parola, in un passaggio da vocalizzi e fonemi ad idiomi sconosciuti (Credi davvero, Che la civiltà). Tutto regolare, tutto come previsto, nulla compiuto tanto per. L’avant-rock, del resto, lo prevede. Un disco duro, salivante come la creatura a cui i tre responsabili devono tutto e proprio per questo degno di considerazione, sperando non rimanga un semplice caso a parte.

Gustavo Tagliaferri

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11 cover per… Xabier Iriondo

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Ci sono personaggi che difficilmente si lasciano ingabbiare in situazioni preordinate. Per fortuna, verrebbe da aggiungere. Xabier Iriondo è uno di questi.

Chitarrista autodidatta e manipolatore di suoni, quasi non si contano le esperienze in musica che hanno conosciuto le incursioni di questo terrorista sonoro: dagli Afterhours ad ?Alos, passando per Six Minute War Madness, A Short Apnea e NoGuru tra le altre. Senza dimenticare Soundmetak, il negozio-laboratorio aperto a Milano dal 2005 al 2010 dove vendeva strumenti musicali particolari e pedali di sua ideazione, ma ospitava anche concerti e performance artistiche.

Contattato per la rubrica, ci ha così risposto: “Avendo realizzato nel 2012 un album solista (‘Irrintzi‘, ndr) che contiene 5 covers non sarebbe sensato per me proporre undici brani di altri artisti per me indispensabili in un futuro mio lavoro discografico. Ecco quindi perché restringo il campo e la mia scelta ad un particolare momento musicale (per me fondamentale), quello del rock radikal-basco. Sarebbe un sogno un giorno coverizzare queste bands che ho amato tantissimo e che mi hanno formato musicalmente“.

Le canzoni scelte da Xabier appartengono a gruppi che, nati nelle cantine e nei centri sociali, “hanno fatto la storia musicale post-franchista” nei Paesi baschi. Si tratta di gruppi che, come egli stesso aggiunge, “ho seguito e visto dal vivo decine di volte negli anni ottanta, la rabbia ed il furore del punk e dell’hardcore, i testi talvolta erano in basco e talvolta in spagnolo ed essenzialmente erano anti-sistema (no alla monarchia, all’esercito, al vaticano, etc)“.

La polla recordsTxus (dall’album “Salve”, 1984)

http://youtu.be/F-W-YMDKlZw

HertzainakPakean utzi arte (dal’album “Hertzainak”, 1984)

http://youtu.be/i_AdNEulq0Y

KortatuZu atrapatu arte (dall’album “Kortatu”, 1985)

http://youtu.be/DWSbBDterYs

EskorbutoMierda, mierda, mierda (dall’album “Eskizofrenia”, 1985)

http://youtu.be/HyUlKcgSt7o

M.C.D.Puta cerda (dall’album “Bilboko gaztetxean”, 1985)

http://youtu.be/BLd7Ee06RFE

CicatrizEscupe (dall’album “Inadaptos”, 1986)

http://youtu.be/3dGecvvCIcI

Baldin Bada – Sinonimoak (dall’album “Lur azpian bukatuko duzue”, 1986)

http://youtu.be/El_QIKYtWGY

R.I.P.Antimilitar (dall’album “No te muevas + Zona especial norte”, 1987)

http://youtu.be/NfOy8jFFZOM

VomitoLas fuerza de seguridad (dall’album “El ejercicio del crimen”, 1987)

http://youtu.be/f8em6U81JQI

PotrotainoDisturbios (dall’album “Maqueta”, 1987)

http://youtu.be/Vy7rz8OXjUI

BAP!!Plastikozko janariak (dall’album “Bidehuts eta etxehuts”, 1988)

http://youtu.be/ROHVuZilgLc

a cura di Christian Gargiulo

11 cover per…” è la nostra nuova rubrica. Funziona così: un(a) musicista sceglie le undici, altrui canzoni che inserirebbe in un suo personale album di cover e per ogni scelta fatta ci spiega il motivo. Senza alcun tipo di limite: né di genere né di nazionalità né di periodo storico.

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My two cents#15

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In questo numero: The Little White Bunny, Sixth Minor, ?Alos/Xabier Iriondo, Lui Sono Io, Thank U for Smoking, Labradors, Piano for Airport, Barranco, Mamavegas, Il sentiero di Flavia.

The Little White BunnyhOle (Riff Records)

Saltellante ingordigia in primo piano, quella che è pronta a fare breccia a chi ha intenzione di ingurgitare un po’ di crossover ed alternative metal, mentre scorrono gli effetti di una tastiera giocattolo. E’ Bolzano la città che fa da culla ad un quartetto che prende il nome di The Little White Bunny, con alle spalle l’EP “And Carrots for All” ed ora fautore di un album come questo “hOle“. Un esperimento turbolento dove, tra gags di ogni genere, si danno il cambio Faith No More, KoRn, Living Colour, System of a Down e i primi Incubus, ma anche riff seattleani (L.O.V.E.) e crescendo tooliani (Pixels). Ovviamente accompagnati da un egregio uso dell’elettronica (Hummus), preghiere dai richiami glamour (The Queen of the Drag Queens), Bee Gees (!!!) fusi con inquietanti linee di basso (Use the Force), e concentrati di puro devasto (Bedsores). Seppure in certi momenti qualcosa sembri fuori posto (certi punti di She Wants It sembrano una banale imitazione di Jonathan Davis), il risultato è un esperimento dove il divertimento ha il suo giusto spazio, ma soprattutto è presente una quantità sufficiente di energia ben spesa per un album di fattura più che buona!

Gustavo Tagliaferri

Sixth MinorWireframe (Megaphone Records)

I Sixth Minor sono Renato Longobardi e Andrea Gallo, duo napoletano che debutta con Wireframe: un ordigno che prima di esplodere sa già dove sputare detriti. L’esplosione avviene già dopo i primi minuti di Eser: un vago richiamo ai God is an astronaut, elettronica mista a post-rock sperimentale, sporcata da sonorità industrial; peculiarità che non annoia mai, neanche dopo ripetuti ascolti. L’atmosfera varia con brani come Blackwood o Etif, dove l’elettronica si sfuma col dubstep e non si fa mancare rintocchi hard-rock. Last Day on Earth si ammorbidisce di richiami ambient per poi lasciare spazio a qualcosa di più aggressivo e d’impatto (Hexagone). Quaranta minuti di tensioni post-rock e crossover perfettamente organizzato dove una matassa di fili si annoda, si sporca di colori, poi si scioglie e si confonde su uno sfondo sempre grigio.

Carmelina Casamassa

?Alos/Xabier IriondoEndimione (Brigadisco Records)

Il corpo del reato non è facile da nascondere. Specie se si è svolto, in un tempo non molto lontano, un lavoro di gruppo. Ma se in precedenza si trattava di una riscoperta di linguaggi ricollegabili al Sol Levante, sotto forma di split, ora si è trasmutata nella creazione di una forma alternativa di teatro sonoro, quasi impressionista. Stefania “?Alos” Pedretti e Xabier Iriondo, nel loro primo lavoro duplice firma, “Endimione“, tracciano proprio questo percorso, fatto di pièces intime, che vanno da silenziosi soliloqui (Robert Mortier) a esorcismi etno-rumoristi (Florent Fels), fino al saccheggio di grammofoni, chanteuse e fisarmoniche, presente nel carillon doloroso di Genica Atanasiou e nei cadenzati e ruggenti riff di Cruel Restaurant. E’ una voce, quella di ?Alos, che si presta a molti espedienti, rivelandosi sempre funzionale, e che non risparmia la sua veste classica, fatto di techno-rock bucherellati (Georges Gabory), blues onomatopeici (Simone Dulac) e deliri electro-mnemonici (Charles Dullin), tutti condivisi con il collega Iriondo. Ne risulta un album oscuro, non per tutti, da maneggiare con cautela, ma che una volta assaporato, rilascia la sua forte dose di fascino.

Gustavo Tagliaferri

Lui Sono IoStoria di una corsa (Brutture Moderne)

Lui sono io è un duo romagnolo (Federico Braschi e Alberto Amati) che vive sotto un cielo fragile e una coltre di nebbia. È oltre quella stessa nebbia che si cerca di vedere, tenendosi stretti quei sogni da musicista di provincia che inciampano tra borghi dormienti o si soffermano in Via Stalingrado (di Bologna), mentre chitarre coinvolgenti e parole sussurrano, immersi in un’atmosfera di dormiveglia. Storia di una corsa attinge da quel cantautorato classico, italiano e non, le cui corse di gioventù si prolungano in un continuum di consapevolezza che porta fino al racconto di una vita da stringere, tra notti che lasciano il segno e una rabbia urlata per metà, tra vecchie lacrime e sorrisi imparati. Il disco in questione potrebbe essere assaporato proprio mentre si corre, rilasciando endorfine e ricaricando la mente di riflessioni, che non vi lasceranno andare neanche quando sarete rientrati a casa per fare una doccia.

Carmelina Casamassa

Thank U for SmokingDopo la quiete (Autoproduzione)

Apertura ingannevole, quella delle vibrazioni delle corde di un mandolino che danno luogo al Preludio, ma forse neanche troppo, in quanto tappeto rosso per la suadente e allo stesso tempo grintosa voce di Aurora Atzeni, che si rende protagonista, assieme a Matteo e Valerio, di un lavoro d’esordio come questo “Dopo la quiete“, dietro il monicker Thank U for Smoking. Un connubio forse inusuale, sospeso tra le atmosfere eteree del post-rock e una sana dose di noise sanguigno, ma che mostra immediatamente i suoi grandi pregi. Il climax stagionale di Al risveglio, com’è reale l’iride, le dolci note di Dopo la quiete, il nulla, la dirompente sequenza che va dall’avvento di Delitto al trascinante momento strumentale Il ponte di Einstein-Rosen, la passione di Duhkha e gli echi di tradizione che si avvertono in Corrotto, mistico, complice, la cui coda si fa strada dietro al fragore risultante, come anche nella seducente Dedica in lacrime. Sorprese tipiche di un’opera ostica e, al contempo, da scoprire fino in fondo, tanto da lasciarsene ammaliare senza mai mollarla. Consigliato anche il DVD extra “Island”, un viaggio tra l’Islanda e la Sardegna visto attraverso la dimensione live e quella in studio, con lievi sfumature ambient, alla Port-Royal.

Gustavo Tagliaferri

LabradorsGrowing Back (Il verso del cinghiale Records)

Dopo il primo EP “Roger Corman”, uscito nel 2011, i lombardi Labradors giungono finalmente alla pubblicazione del primo disco. La band – composta dal cantante e chitarrista Filippo Colombo, dal bassista Fabrizio Fusi e dal batterista Filippo Riccardi – è con “Growing Back” che esordisce. Power-pop di stampo americano, quello di un disco tutto sommato molto estivo che varia dal rock‘n’roll, al college-rock, al punk-hardcore, tra Foo Fighters e Weezer. Un ritorno all’adolescenza tra riff energici e chitarre più morbide, altalenando tra paura, felicità e ricordi che riaffiorano. Nonostante la presenza di tracce valide come Some of the Kids, il disco corre veloce e non lascia il segno, ma se fate parte di quella schiera di amanti delle sonorità americane degli anni ’90, questo potrebbe essere l’ascolto che fa per voi!

Carmelina Casamassa

Piano for AirportEYHO EP (Bomba Dischi)

Trasmutazioni genetiche aventi una grande voce in capitolo. Coleotteri che si fanno bipedi, a mò di effetto “Mosca”. Strane famiglie moderne o dirette conseguenze dell’ascolto di un EP come questo, che segna una nuova tappa nel percorso artistico dei romani Piano for Airport? La seconda, certamente. In un momento in cui il rock dignitoso, ma forse un po’ acerbo, di “Another Sunday On Saturn” entra in una fase di maturazione. Un urlo, “EYHO“, appunto. “Eat Your Heart Out“, divorare i propri battiti e tirarli fuori in una forma differente, proprio come uno dei cinque brani che mostrano una band nuova di zecca, un sound viscerale, waveggiante, ma anche con delle tinte che potrebbero essere le stesse care ai Blonde Redhead o agli attuali Pitch. Ma l’elettronica non è fatta solo di questo per i tre ragazzi, bensì anche della melodia assassina di “I’ve Just Killed Thom Yorke“, della toccata e fuga della più pacata Farewell, fino alla robotica ballata First Floor Lovers e la soave conclusione che anima Discipline. La stessa disciplina che i nostri sposano ottimamente in un lavoro che apre loro grandi prospettive, magari le stesse per un altrettanto ottimo e futuro lavoro. Al momento, una maturazione compiuta.

Gustavo Tagliaferri

BarrancoRuvidi, vivi e macellati (Autoproduzione)

Bassa padovana. Un inverno chissà dove, un vento sottile che apre le danze, l’armonia delicata tra ukulele e mandolino, un po’ fiera rinascimentale un po’ combat folk, atmosfere popolari alla Banco del mutuo soccorso ma con influenze britanniche. L’uso della voce ricorda vagamente Tracy Chapman, arpeggi morbidi e testi d’impatto. “Ruvidi, vivi e macellati“, primo album per i Barranco, che esordiscono con una creatività malinconica e fine, cupa ed evocativa. Un impegno notevole e un lavoro ricercato, considerando anche che il disco è in copie limitate, con copertina in legno e numerata a mano. Presenti lievi pecche sulla registrazione di qualche brano che avrebbe meritato qualche piccolo accorgimento in più.  L’intero disco ha un andamento un po’ troppo lineare ma si lascia ascoltare con piacere. Qualche traccia sarebbe da annotare… farebbe la sua figura come soundtrack di un film storico o western.

Carmelina Casamassa

MamavegasHymn for the Bad Things (42 Records)

A un primo ascolto verrebbe da associare il tutto a un’elementare confraternita tra reduci di esperienze di vario tipo, dall’elettronica agli Yuppie Flu, ma quello che sta alla base dei Mamavegas corrisponde maggiormente a un quadro generale la cui struttura dà luogo a una fiaba, a sua volta divisa in capitoli facenti da specchio al proprio ambiente, dove il passato si confronta con la realtà quotidiana. Un album d’esordio come questo “Hymn for the Bad Things“, nel giro di undici canzoni, dove a spiccare in particolar modo è la voce di Emanuele Mancini, unisce atmosfere eteree (The Stool), plumbee (…For The Bad Things) e malinconiche (Happiness) a un folk fatto di battiti elettroacustici e ninne nanne cantate al suono di campane in festa (Sooner or LaterWinter’s Sleep) e momenti d’intimità (Blackfire), arrivando a echi di Belle and Sebastian (Tales from 1946), se non addirittura di Radiohead (ArgonautsMy Solid Land), e, tutt’attorno, la serenità che incombe una volta che ci si ritrova, felicemente, faccia a faccia con il presente (Our Love). Tutte caratteristiche di un disco che entra sotto pelle senza uscirne facilmente, per un sestetto che è solo all’inizio, ma ha già parecchie carte in regola. Chapeau.

Gustavo Tagliaferri

Il sentiero di FlaviaShamballa (GrandeMago – Music Farm)

Il sentiero di Flavia è un sentiero (una persona? Una speranza? Una divinità? O forse semplicemente il nome che la band ha accostato a una scelta?) che sposa una certa spiritualità. Un disco di sonorità ricche e varie (dal rock sinfonico, al prog-folk, alla musica celtica), che traspira atmosfere orientali. Un’immersione nella cultura tibetana, una vita all’aria aperta, la natura, i cibi biologici, santoni in tunica bianca, oggetti handmade, l’amore nelle carezze per il prossimo (non a caso in copertina impera il quarto chakra, simbolo dell’amore universale). Una voce dolce e cullante, un violino che s’intreccia ad una chitarra fluente, strumenti etnici in rilievo, a braccetto con basso e batteria energica. Il Sentiero di Flavia lascia intuire che ha ancora bisogno di tempo per crescere e maturare. E lo si sente in alcuni passaggi incerti di 432, intro, ma “Shamballa” è un buon debutto e invita a mantenere certe aspettative.

Carmelina Casamassa

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My two cents#11

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In questo numero: Eildentroeilfuorieilbox84, Matteo Costa, Hot Gossip, Girless and the Orphan, Iacampo, Lorenzo Lambiase, Miss O, Sincope, Germanotta Youth, Paolo Cantù/Xabier Iriondo.

Eildentroeilfuorieilbox84La fine del potere (La famosa etichetta Trovarobato)

Nati sotto il segno del Creative Commons, muovendosi tra un “Omota’L” e un'”Ananab”, oggi vedono una risorsa nell’ala protettrice della Trovarobato. Sono gli Eildentroeilfuorieilbox84, ed è con “La fine del potere” che tendono a buttare più di un occhio sul sociale, sulla vita collettiva, sui bisogni primordiali del popolo di cui gli stessi fanno parte. È come se XTC, Devo, Frank Zappa ed anche gli Shellac meno granitici si fossero riuniti segretamente per musicare uno spettacolo teatrale ai confini della realtà. È galvanizzante avere a che fare con la gola “politica” del trio espressa nella turbolenta title-track, il rap’n’roll caparezziano di Antisogni, la spettrale Consapevolezza, i continui cambiamenti stilistici che aleggiano sulla Proprietà, l’onomatopeica e cartoonesca Acqua, lo space-jazz-rock in cui s’inserisce il potere del Denar, l’onda supersonica che travolge la “Natura” e le sue piantagioni, oppure la comparsata del collega IOSONOUNCANE lungo un beat che nasconde un messaggio in codice: La guerra continua. Tutte caratteristiche facenti da biglietto da visita ad un progetto la cui originalità è un grande punto di forza. E nemmeno stavolta delude le aspettative.

Gustavo Tagliaferri

Matteo CostaSono solo matti miei (Garrincha Dischi)

Ancora una chitarra. Ancora un cantautore. Come se già non ne avessimo abbastanza. Dopo il successo raggiunto previa fondazione della sua etichetta Garrincha Dischi, la quale annovera alcuni dei grandi “miracoli” del 2012, come Lo Stato Sociale, Jocelyn Pulsar, tutte cose di cui avevamo veramente bisogno, Matteo Costa ha deciso di passare in prima linea, di mostrarsi e rendersi personaggio pubblico; si propone egli stesso con un progetto solista da cui, a primo acchito, trasuda davvero poca ispirazione. Il disco appare, nella sua interezza, come un’accozzaglia di archi, chitarre e fiati sparsi qua e là, quasi fosse un mero esercizio di stile, al termine del quale l’unica soddisfazione (dal canto suo) è poter dire “però abbiamo inserito tutto bene, secondo manuale“. Ogni pezzo è come se fosse una falsa filastrocca, terminante, volendo, con il titolo stesso o qualche frase ad effetto che mira a strappare applausi post-performance. Esattamente come manuale del cantautore moderno vuole. Senza tralasciare alcunché, per ciò che concerne titolo dell’album e titoli presenti in tracklist, riecheggia una falsa ironia, che non riesce mai ad andare a segno. Sulla stregua si poggiano allora i testi, ove rimbomba qualche frase forzatamente simpatica, d’ispirazione vagamente dentiana. La fortuna bacia pochi (per fortuna). Magari le intenzioni saranno state buone, ma non sempre la condivisione è una buona idea. A volte è bene prendere le persone interessate e parlar loro a cuore aperto, senza dover necessariamente farne un disco e rendere partecipi tutti.

Eliana Tessuto

Hot GossipHopeless (Foolica Records)

Pubblicare due dischi in studio nel giro di otto anni e nel frattempo assistere a forti perturbazioni relativi alla line-up. Una vita ingarbugliata quella di un musicista come Giulio Calvino, e apparentemente sul punto di essere considerata senza speranza, proprio come il titolo di questo disco, “Hopeless“. Già solo apparentemente, perché il monicker Hot Gossip è vivo e vegeto, indipendentemente dall’essere in mano al solo sopracitato, unico rimasto della formazione originale. Dare una bella spinta shoegaze alla propria personalità rockeggiante (che comunque non cessa di farsi sentire, come in People Shooting Banks) è sinonimo di nuove pagine da scrivere, dove dei rumori improvvisi fanno da contorno su un incedere a tratti persino corale (I’m Out of Here), dove la pazza gioia è un rimedio che ancora funziona (New Sound), dove si susseguono dolci voci femminili (Love Murders) e persino certi Primal Scream possono essere una via d’ispirazione (Lifespan). Ma in particolare si può dire che a fare da brani di portamento siano We Were RegularsMarch of the Black Umbrellas, carica la prima, inaspettatamente notturna la seconda. Per un’interessantissima ripresa come quella di Calvino.

Gustavo Tagliaferri

Girless and the OrphanNothing to Be Worried About Except Everything but You (Stop! Records/To Lose La Track)

Ci è voluto tempo per capire se questo album mi piacesse o meno; il fatto è che ogni volta che finiva avevo la voglia di rimetterlo subito. L’album d’esordio dei Girless and the Orphan presenta la voglia impellente di fare qualcosa che esuli completamente dal suono italiano, eppure vi è un forte legame con lo stesso. Il disco prende vita, traendo in inganno l’ascoltatore, con Your chest Is a Snuggery, pezzo che strizza fortemente l’occhio a tutto ciò a cui le webzine italiane ci hanno abituati, che in una parola si potrebbe riassumere in “lo-fi”; subito si capisce però che vi è qualcosa di diverso qui, qualcosa che ci porterà oltre. L’album si trasla in melodie stile oltreoceano tendenti al punk e al folk che ci ricordano i Neutral Milk Hotel; i pezzi si alternano tra forti e passionali scariche di batteria e lentissimi arpeggi. L’apice si raggiunge quasi fine disco con Cinnamon and Arrogance e la seguente It’s Your Job to Keep Class-Worm Elite, combo di emozioni tra l’iperattivo e il trasognante. Il disco vede la fine con Calleth You, Mocket I, un pezzo ardente dove vediamo avvicendarsi dolcezza e cupezza, quel tanto che basta per lasciarci con la voglia di rimettere su l’album anche solo per capire tutto un po’ meglio. In definitiva, il lavoro fatto all’interno di quest’album racchiude i sentori positivi dei primi due EP in una salsa più convincente, in un modo in cui le gambe non riescono a star ferme neanche per un minuto per l’emozione, per aver capito che c’è tanto da fare ancora.

Eliana Tessuto

IacampoValetudo (Urtovox Records/The Prisoner Records)

Nelle parole di Marco Iacampo c’è sempre stato molto, sia nel periodo in cui ha fatto da voce agli Elle che quando ha scelto, nel contempo, di mettersi in gioco anche in proprio, come GoodMorningBoy. Oggi non esistono più né i primi né il secondo, ma non significa che Iacampo non esista più. Nato da una sinergia tra la ritrovata Urtovox e The Prisoner Records, questo “Valetudo” è il secondo lavoro in studio in cui è lo stesso a metterci la propria faccia e il proprio nome e cognome, presentandosi accompagnato principalmente da una fida chitarra acustica. Un profilo i cui tratti lasciano percepire la presenza di molto folk (Trecento), divagazioni drakeiane (Un’elica, Trecento) e dylaniane (Tanti no e un solo sì), un po’ di saudade (Amore in ogni dove), qualche riferimento alla passata tradizione d’autore (Soltanto io, solamente noi), attimi d’intimità (Amore addormentato) e spensieratezza (Non è la California) e dei momenti strumentali a metà tra bossa e gli Yes più acustici (la title-track, San Martino in Pensilis). Ascolto dopo ascolto, il lavoro risultante rivela sempre più le sue potenzialità. Di quelle altissime, che lasciano immediatamente il segno. Con semplicità.

Gustavo Tagliaferri

Lorenzo Lambiase – Lupi e vergini (Modern Life)

Tutto si può dire del trentunenne polistrumentista romano Lorenzo Lambiase, giunto alla seconda fatica discografica dopo “La cena”, di tre anni fa, tranne che pecchi di sincerità e carattere. L’impressione che si prova ascoltando le undici tracce del suo nuovo disco, è infatti quella di un autore che non ha timore di mettere a nudo le sue ansie e paure (Mani, Sulla riva, L’oro, La strada, Solo), di esprimere la sua rabbia contro un dio troppo spesso assente (Gospel) e di riflettere amaramente sulla fiamma della rivoluzione, per rifugiarsi nell’amore (La grande rivolta, pezzo che chiude con i suoi sette minuti l’album). Apprezzabile e ricercato appare anche il tappeto sonoro, che mescola abilmente il rock – davvero convincenti i ritornelli caratterizzati da accelerazioni di chitarra e batteria – con innesti elettronici, evidenti nei due brani centrali dell’album (Periferia e La stanza di Winston e Julia) di stampo quasi electro-pop, ma presenti anche negli altri brani ad accrescere il tasso emozionale dei momenti migliori del disco. Insomma, un buon lavoro, ben rifinito e convincente sia nelle musiche che nei testi, di un cantautore di nuova generazione da tenere sicuramente d’occhio.

Pietro Ressa

Miss OInfection (Addictive Noise Records)

Chi rammenterà i Soon, meteore di fine anni ’90 autrici di due perle come “Scintille” e “Spirale”, a sua volta rammenterà anche la soave voce di Odette Di Maio, trascinante front-girl che ha saputo ritagliarsi un proprio spazio in quel della scena nostrana. Dopo la chiusura di tal esperienza non poteva permanere per sempre la chiusura della carriera della nostra. L’apprensione di un rientro in scena sotto lo pseudonimo di Miss O, condiviso con il belga Jan De Block, non può che fare quindi molto piacere, sia per chi l’ha seguita che per chi l’ha riscoperta solo negli ultimi tempi. Un album come “Infection” si lascia addietro l’onda pop-rock cavalcata in passato mostrando un’Odette che si concede a venature deep (Talk to MeGetaway), orientali (Sensitivity) e fischiettanti (My Wildest Time, The Country), là dove le chitarre non mancano affatto, stavolta in una veste addolcita (ascoltare ButterflyMy Wish per credere), ma anche vagamente riconnessa al passato (il wah-wah di 61 Cravings). A volte l’evoluzione è meritatissima per artisti di simile calibro. Venuta dallo spazio, ed oggi più terrestre che extra, “Miss O” Di Maio è più in forma che mai. So, welcome back!

Gustavo Tagliaferri

SincopeDivisions (Somehow Recordings)

Music for movie. Carta musica, non quella culinaria, ma il materiale su cui prende forma la scrittura di nuove colonne sonore per pellicole a cavallo tra il passato e il presente. Ma non sono solo questo le tracce realizzate da Dario Balinzo e Matteo Puoti (già con i NUT), i due musicisti che si celano dietro il progetto Sincope. Perché in “Divisions” ognuno dei sette episodi descritti è come se toccasse con mano anche la vita di tutti i giorni: che siano le dolci note di piano interrotte dal tic-tac di un orologio su cui scorre il tempo (Colorless), i suoni che scaturiscono dai movimenti di un vecchio telefono contrapposti ad un vibrafono e una jam di batteria (Eclipse) o le luci al neon che illuminano la città (Circular), sono storie che non sfigurano per niente nella loro chiave eterea. Come anche, a proposito di città, le visioni di Night Buildings, il rumore scrosciante delle onde del mare di Backwash, l’insolito sassofono che appare tra un beat e l’altro in Fiction e l’ingresso in un’altra dimensione che si manifesta con l’ascolto di Close Moving. L’ambient-drone di questo duo pisano non può che affascinare molto, e la produzione della Somehow Recordings ci sta più che bene!

Gustavo Tagliaferri

Germanotta Youth – The Final Solution (Wallace Record/Sangue Dischi/Bloody Sound Fucktory/Offset Records)

È appurato che, dopo aver acceso i motori con “The Harvesting of Souls“, fermarsi è impossibile per i Germanotta Youth di Massimo Pupillo, Fabio “Reeks” Recchia e Andrea Basili. Perché la loro è una corsa che li vede sempre più intenzionati a raggiungere livelli eccelsi. Lo si è visto con lo split assieme ai belgi Joy as a Toy e lo si conferma con questa nuova uscita su vinile, “The Final Solution“. Sa di Apocalisse già dal titolo, ed è un’apocalisse, dove quattro etichette, tra le quali la Wallace Records, si passano il turno consapevoli delle conseguenze. Se la produzione di Mirko Spino è quella che ci vuole per Theriantropon, dove un semplice rullante introduce un suono grind proveniente dall’ignoto, mentre tutt’attorno dei giocattoli fanno una fugace comparsata, con la Sangue Dischi e Demons in the Limbic Brain la parola va alla frenesia e ai videogame (verrebbe in mente, non a caso, “Tetsuo: The Iron Man”). Sangue, quindi Bloody Sound Fucktory, i complici della collera dell’entità nota come The Succubus, che aprono la seconda facciata e la fanno chiudere alla Offset Records con Goodnight, Mankind, basso e synth che si dividono lo stesso compito: quello di descrivere ottimamente un mondo pieno di sbagli. Ma dove si può anche migliorare procedendo. Come nel loro caso.

Gustavo Tagliaferri

Paolo Cantù/Xabier IriondoPhonoMetak#10 (Wallace Records)

Visti i tempi che corrono, il luogo del delitto può essere sempre più prossimo in quanto a ritorni. In particolar modo se ad averci a che fare è un musicista ormai tornato a far parte della band che l’ha fatto conoscere ai più. E che, guarda caso, spartisce la torta con un’altra persona che ha militato in essa, concedendogli anche la prima carta. Sono rispettivamente Xabier Iriondo e Paolo Cantù, protagonisti del decimo capitolo di “PhonoMetak“, categoria di split made in Wallace Records, dove il rumorismo la fa da padrone. Se quest’ultimo predilige gli andamenti à la Starfuckers su dolci arpeggi di chitarra (The Big Bounce), che si fanno più minimalisti quando necessario (Cosmetic Cosmic City), salvo poi toccare l’elettronica sperimentale (Huljajpole) e saltare da terra a terra, come il suo collega (Ityop’iya), il grammofono di The 78RPM Legacy, che riconduce al Battiato di “Clic” e che viene steso con durissimi colpi, e la macchina spaccaossa che si sostituisce a quel gioco giocato con ?Alos meno di un anno fa in Elektraphone Eta Euskaldunen Pilota Jokoa denotano come certi interessi tipici dell’Iriondo non abbiano mai smesso di prendere forma, da supporto a supporto. Ne consegue un fascino comune ad entrambi.

Gustavo Tagliaferri

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Xabier Iriondo – Irrintzi

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Prima, e non prima, volta. Da solo, ma non solo. Stacca e attacca, incastra e sistema, là dove Spagna e Italia non sono mai stati così movimentati, oltre che connessi ad un’ereditarietà che, per un uomo come Xabier Iriondo, il lato schizofrenico degli Afterhours, prima dell’abbandono e del recente ritorno, ha voce in capitolo. Un’anima che non si fa accompagnare solo dall’ideale rifugio Phonometak, ma anche dalle ulteriormente affidabili Wallace, Brigadisco, Long Song, Paint Vox e Santeria. Una sola parola chiave per assicurarsi l’entrata in questo mondo: “Irrintzi“. A giudicare dal titolo, un ritorno a casa, forse. Un ritratto della propria persona, sicuramente. Qualcosa di ostico, probabile.

Di certo siamo davanti ad un lavoro al cui ascolto non fatica ad emergere un linguaggio che si sdoppia in due facce. Da una parte ci sono i pezzi di vita, i ricordi, le sensazioni, frutti esclusivi della propria immaginazione che trovano sfogo nella disperazione di flauti, flicorni e cornamuse impazzite che strizzano l’occhio a certo progressive 70’s, apparentemente orientali eppure basche al 100%, in mano a Gaizka Sarrasola, una volta che parte Elektraren Aurreskua, addio di una bambina al proprio nonno, e dello spazio dato a una memoria da non cancellare, quella di Gernika Eta Bermeo, dove la testimonianza del padre del nostro a proposito dell’agghiacciante disastro di Guernica altro non è se non la colonna sonora adatta all’omonimo e spiazzante dipinto di Pablo Picasso. Come anche nell’oscurità della titletrack, interferenza sonora a metà tra l’avanguardia e le contaminazioni teutoniche, ma che sembrerebbe guardare addirittura a certi prodotti del Consorzio Suonatori Indipendenti, e in Il cielo spezzato, dove compare nientemeno che Paolo Tofani degli Area come ospite. Non è un caso che vengano fuori certi momenti del periodo “Maledetti (Maudits)”.

Dall’altra ci sono le cover. Premettendo che stravolgere un brano nella sua versione originale per poi rimodellarlo secondo la forma e la sostanza delle proprie sinapsi non è cosa facile, Iriondo riesce anche in quest’obiettivo. Così The Hammer dei Motorhead diventa un incontro tra la Nina Hagen di African Reggae e l’industrial, i cui testimoni sono gli OvO, anzi, già in compagnia del suddetto da tempo, o perlomeno nel caso di Stefania “?Alos” Pedretti, e Cold Turkey di John Lennon mantiene lo spirito rock’n’roll della versione originale aggiungendo un po’ dei ritrovati compagni di casa Afterhours, tra cui proprio Manuel Agnelli, la cui performance è sicuramente molto più soddisfacente di buona parte di “Padania”, con tanto di conclusione distruttiva, decisamente notevole. Poi ci sono Reason to Believe di Bruce Springsteen, che sembra uscita dal repertorio di certi Suicide, Itziar En Semea dei Pantxo Eta Pelo, brano antifranchista tramutato in una diretta da una ricetrasmittente distorta, non lontana dall’andazzo della protesta popolare, e il rapporto tra emarginazione e schiavitù presentato nel simil-mash up Preferirei piuttosto gente per bene gente per male, dove la trascrizione di memorie e riflessioni sul senso della vita (sulle parole dell’autore di “Rapsodia meccanica” Francesco Currà e la voce di Roberto Bertacchini) lascia spazio ad un indurimento in chiave lo-fi del brano battistiano, quasi a voler creare una connessione per nulla impossibile.

Una volta finito l’ascolto, rimane un lavoro che manipola il concetto battiatiano di “silenzio del rumore” e lo rende ancora più vicino alla realtà di quanto non sia già. E, perché no, un disco “resistente”. Sì, “Irrintzi” merita di essere definito tale. Oltre ad essere davvero godibilissimo, una volta entrati nella sua ottica. Anche se è solo, perlomeno al momento, quella di un vinile. Chissà in futuro.

Gustavo Tagliaferri

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"Endimione", il nuovo lavoro di Xabier Iriondo e ?Alos

A nemmeno un anno di distanza dallo split targato Tarzan Records/Bar La Muerte che li ha visti collaborare reciprocamente, sta per uscire un nuovo lavoro firmato ?Alos, al secolo Stefania Pedretti, e il chitarrista Xabier Iriondo. Ispirato dai “Madrigali” di Antonin Artaud, si intitolerà “Endimione” e la sua uscita è fissata per il 15 ottobre, in formato vinile 12″, per Brigadisco.

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