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No, vabbè. È vera una cosa, anzi è verissima: che se ripeti costantemente una formula che ha reso famoso, riconoscibile e persino poetico il tuo sound, non puoi aspettarti che il ritorno continuo di certi schemi possa funzionare in eterno. Ma questo è un problema tipico di band che “se non hai un riff, non hai una canzone”, come se potessimo decidere da zero quanto una band possa essere produttiva sulla base di un computo sempre aggiornato della qualità e quantità dei riff. Ecco, dai Maiden io mi aspetto qualcosa di simile, e col senno di poi mi rendo conto che in definitiva neanche “Dance of Death” era poi questo gran disco (sempre le stesse tarantelle, sempre gli stessi riff di tre accordi l’uno…). Ma dagli Unsane no, dai, non ha senso.

Voci urlate a pieni polmoni direttamente nel microfono (e chi conosce la band, sa bene quanto sia letterale per Chris Spencer l’espressione “microfono in bocca”), chitarre allentate su dei riff pallidamente blues come a ridefinire la nozione generale del canto metropolitano. Tassinari incazzati e tombini fumanti in una New York notturna e violenta, fatta di anfetamine e siringhe d’insulina raccattate per terra (see, d’insulina proprio). È un po’ questo il demone Unsane, una band che riesce disco dopo disco e canzone dopo canzone ad esprimere con la stessa sincerità e genuina incazzatura la propria insoddisfazione, il proprio malcontento. Una band che sbatte la faccia contro l’oscena merdosità della vita e, vi giuro, anche uscirne da un disco del genere ha la forza curante e catartica di una bevuta con gli amici. Perché, ritornando alla questione del riff e della canzone, la melma sonora della band (che non è sludge, non è manco metal: è orgogliosamente noise) è un continuo rimodellare gli stessi stilemi che abbiamo già incontrato nei più noti lavori (ma mai come nel loro caso può valere la formula: all killer, no filler) senza mai stancare, in realtà.

È un po’ come il calcio e il pugilato, per farla breve. Puoi tuffarti a terra e fingere quanto vuoi, beccare il calcio di punizione più disonesto e fare il goal più bello della tua vita, soprattutto se sei un grande calciatore (poi, vabbè, io manco me ne intendo di calcio) ma difficilmente puoi simulare davanti ad un cazzotto in pieno viso, difficilmente crollare al suolo con le mucose a brandelli potrà nascondere una qualche tattica per finalizzare un punto a tuo favore. Crolli e soffri come un cane, un agnello bastonato, come un essere profondamente umano corroso dalla vita che ti gira intorno, ma non ti rende mai protagonista. E così stare lì a contare i riff di Spencer e valutare quanto abbiano di “già sentito”, gli farà soltanto schizzare l’adrenalina a mille e urlare nel microfono con la forza disperata e sfiduciata di sempre.

Questi sono gli Unsane, questo è “Wreck”.

Ciliegina sulla torta la cover dei Flipper Ha Ha Ha, noto e inascoltabile singolo della band noise. Ed è tutto lì: un filo conduttore che va dall’hardcore più strampalato di trent’anni fa e torna a noi, oggi, passando per Sonic Youth ed Helmet carico sempre della stessa inesauribile rabbia.

Nunzio Lamonaca per Mag-Music

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Blogger professionista e da sempre appassionato esperto di telecomunicazioni, serie tv e soap opera. Giuseppe Ino è redattore freelance per diversi siti web verticali. Ha fondato teleblog.it, www.tivoo.it, mondotelefono.it, maglifestyle.it Ha collaborato tra gli altri anche con UpGo.news nella creazione di post e analisi. Collabora con la web radio Radiostonata.com nel programma quotidiano #AscoltiTv in diretta da lunedi a venerdi dalle 10 alle 11.

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