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Dietro un’apparente leggerezza può celarsi la veemente forza delle proprie parole, accostabile, per certi versi, agli effetti di quell’onda che, nel momento in cui si alza sempre di più, è pronta a travolgere tutto con violenza per poi portarlo via con sé, senza risparmiare niente e nessuno. E dietro l’apparente deserto che si viene a creare una potenza del genere è metaforicamente accostabile a quella del punk, anzi, del post-hardcore, specchio di una realtà vista tramite un occhio schiumoso, fugace, come la pinna di uno squalo. In una situazione simile Francesco Cattelan e soci adempiono il compito di fare da diretti testimoni e portatori di quello che Il Buio rappresenta, in tutto e per tutto. Così è e deve essere, a tal proposito, “L’oceano quieto“: questo e altro, oltre a fungere da primo album vero e proprio dei ragazzi, dopo gli esordi fatti di EP e 7”.
Il succo delle dieci canzoni che compongono l’album, difatti, è fatto di pezzi di vita vissuta e passi di una realtà toccata con mano, già intuibili dai rumori di fondo, sassofoni di matrice zorniana e canti d’ispirazione popolare che compongono quella Via dalla realtà, 7 che un anno fa aveva aperto nuovamente le danze al quintetto in esame. Una vita che passa da mercanti, preti, matti, Robin Hood e Casanova continuando per gli stessi marciapiedi condivisi da mendicanti e borghesi (Edonè: il clocard, Marionette), dalla vita e dalla morte (È notte qui, il proclama conclusivo di West, ideale ponte di passaggio tra gli At The Drive In e i primi Mars Volta), il tutto e il suo contrario descritti con una verve mai sottotono, tra riff di chitarra che si portano dietro discorsi che sembrano delle poesie decadenti (Parole alla polvere) e una forma canto, quella di Cattelan in persona, lontana dalle ordinarie tecniche di dizione e dall’affidamento alla sola declamazione, seppur con qualche vago accenno presente qua e là (Nel vento freddo). Insomma, tipicamente post-hardcore, e di conseguenza molto godibile. Come se non bastasse, non manca qualche incursione prettamente cantautorale, rappresentata dall’intensa Da che parte state, ipotetico richiamo al primo Edoardo Bennato, e dalla sofferta e apocalittica Sam, posta non casualmente alla fine del disco.
Un disco, questo “L’oceano quieto”, che, oltre che un concentrato di pessimismo e fastidio, di passato, presente e futuro, è soprattutto un’opera che mette bene alla luce la pasta di cui è fatto Il Buio, come i suoi relativi cantori, e, già dal primo ascolto, difficilmente finisce per passare inosservata. Aria fresca per il panorama punk made in Italy.
Gustavo Tagliaferri
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